Protesi per i bambini amputati

La testimonianza di Marco Avaro, volontario delle Fondazione, primo protesista arrivato in Haiti dopo il terremoto

Haiti: Diario della Rinascita

E’ domenica 14 febbraio 2010: sono con i miei bambini e mia moglie e sto andando a Pordenone per vedere i carri mascherati, squilla il cellulare e mi dico: “Che strano, chi mi chiama di domenica?” Mi sento dire: “Buon giorno, ingegnere, sono Maria Vittoria Rava. So che posso sembrare folle con queste mie parole, ma abbiamo bisogno di lei ad Haiti per costruire protesi. E’ disposto a partire per costruire un laboratorio e iniziare la produzione? Il suo aereo è martedì.” Io rimango sgomento, rispondo subito “sì”, ma dico che martedì non posso partire perché devo organizzare con i miei pazienti amputati, poi devo reperire il materiale e per martedì non riesco, ma il lunedì successivo sarò pronto per la partenza.
Vado dal mio amico Silvio Dalle Vedove, un terapista dell’Ass 6 di Pordenone, un uomo con anni di esperienza di missione in Africa, e gli chiedo di venire con me. Lui pensa un po’ e mi dice: “me lo sentivo che sarei andato ad Haiti” e mi dà la sua disponibilità a partire.
Quel “sì” ha cambiato la mia vita per sempre: sono spaventato, di Haiti non avevo mai sentito parlare, solo dai telegiornali per il devastante terremoto. “E adesso che faccio?” mi ripetevo incessantemente, quella notte non ho dormito, avevo in mente solo le immagini di distruzione e di morte che mi sfilavano nella mente.
E’ lunedì 15, comincio a organizzarmi, sempre spaventato ma molto determinato, comincio a telefonare freneticamente ai miei fornitori, anche loro increduli sull’impresa titanica da portare a termine, ma ci credono anche loro e si fanno in quattro per fornire tutte le macchine e i materiali di cui il laboratorio ha bisogno. Dopo decine di telefonate tra me, la Fondazione Rava e i fornitori, un lavoro estenuante, in 4 giorni lavorativi la Fondazione ha il container pronto per la spedizione.
In quella settimana vedo i miei due bambini preoccupati per il viaggio del papà. Francesco, il più grande, mi dice: “Papà, vengo anche io ad Haiti, anche io so costruire le gambe”; lo abbraccio forte, quasi piangendo, e gli dico: “Guarda che il papà torna presto, non ti preoccupare”.
È arrivato il fatidico giorno: lunedì 22 Silvio ed io partiamo da Fiume Veneto per Malpensa, un viaggio che ci è sembrato breve, in quanto abbiamo sempre parlato di cosa ci sarebbe aspettato. Arriviamo al terminal, siamo i primi, alla spicciolata arrivano tutti gli altri, Paolo, Ettore, Maria Vittoria, Emma; finalmente le voci sentite tante volte al telefono prendono anche un volto, cominciamo a fare conoscenza e la tensione si allenta con il passare del tempo.
Dopo un volo di 10 ore, saliamo subito sul pulmino che ci porta all’orfanotrofio NPH della Repubblica Domenicana; dopo aver mangiato e aver visto uno spettacolino teatrale, ci rimettiamo in viaggio, questa volta con destinazione Haiti. E’ notte e fa terribilmente caldo, siamo tutti stanchi e tesi, dormiamo a tratti svegliati da qualche salto per le buche sulla strada. Alle 4 di notte sentiamo dei cellulari squillare: c’è stata un’altra scossa di terremoto piuttosto forte, la paura in alcuni di noi si dipinge negli occhi.
Alle 7 di mattina siamo alla frontiera, passiamo abbastanza in fretta, il paesaggio dalla Repubblica Domenica ad Haiti cambia man mano che ci avviciniamo a Port au Prince: sempre più povertà, sempre più case distrutte. Dopo circa 2 ore ci siamo: si aprono i cancelli del famoso ospedale St. Damien.
Scendo dal pulmino, mi manca il fiato per qualche istante: di fronte a me una distesa di persone nei giardini dell’ospedale. Mi dicono che sono scappati dalle mura dell’ospedale dopo la scossa della mattina presto. Vedo i loro occhi impauriti, subito mi concentro e cerco gli amputati; in un colpo d’occhio ne conto almeno 10, ma, osservando meglio, vedo che sono molti di più. Ho solo il tempo di bere un caffè e poi mi portano alla Casa dei Piccoli Angeli dove dovrà sorgere il laboratorio.
In pochi istanti vedo il possibile layout e poi cominciamo a scaricare e ad organizzare il magazzino delle materie prime. Io, Paolo, Silvio ed Ettore cominciamo a fare tutti gli allacciamenti elettrici ai vari generatori del complesso dell’ospedale e, dopo circa 14 ore di lavoro no-stop, ci siamo: diamo l’annuncio che siamo pronti a produrre!

Durante l’allestimento mi sento addosso gli occhi dei giornalisti stranieri e degli haitiani stessi. Vedendomi in questa situazione, Norma, la terapista del Centro di Riabilitazione, mi dice: “Guarda che sei il primo”. Io dico: “Il primo che?”. E lei risponde: “Il primo protesista che arriva in Haiti dopo il terremoto”. Mi tremano le gambe: che primato mi spetta, spero di essere all’altezza.
Passano poche decine di minuti dall’allestimento del laboratorio e comincia una processione di mamme con i propri angioletti mutilati. Vedo bambini come Raffaele, il mio figlio più piccolo di neanche 3 anni, chi senza una gamba chi senza tutte e due le braccia e tutte le combinazioni possibili di amputazioni tra arto superiore e arto inferiore. Quel momento è indescrivibile, mi viene un nodo alla gola ma resisto e con Silvio comincio il lavoro. Dividiamo chi deve essere protesizzato, cioè quelli con le ferite chiuse, dagli altri che hanno ancora le ferite aperte e infette. Mentre io prendo le misure, Silvio e Norma curano le ferite: quegli odori mi rimarrano nel naso ancora per settimane dopo il mio ritorno. A tarda sera le prime due protesi sono pronte per essere applicate. Decidiamo di andare a riposare, ma chiaramente non riesco a dormire; vado sul terrazzo della Casa dei Piccoli Angeli per bere un caffè e fumare una sigaretta e scoppio a piangere: è un pianto profondo ma liberatorio, penso ai miei bimbi e piango più amaramente; in quei momenti ho giurato a me stesso che mi sarei preso cura di quei bambini come fossero figli miei.
La mattina siamo in piedi alle 5.30 pronti per riprendere il lavoro. Alle 8 precise arriva Nielle, una bambina di 11 anni amputata di tibia; all’inizio è stranamente euforica, ma quando mi giro verso di lei con la protesi, dopo un attimo di silenzio la bambina comincia a urlare disperata e mi dice: “ Ma dov’è la mia gamba?!”. Io non capisco e chiedo alla mamma, la quale, sconsolata, mi dice: “Nielle pensava che le riattaccassi la sua gamba, quella che è rimasta sotto le macerie”. Non mi sono mai sentito così male in vita mia! La mamma interviene e, imponendole le mani sulla testa, comincia a pregare dicendo: “Dieu nous accorde la force de supporter cette fois, parce que c’est la vie” e ripeteva sempre “c’est la vie”.
Quelle parole mi facevano soffocare, mi sentivo impotente. Comunque sono servite, perché Nielle ha messo la protesi e ha cominciato a camminare. Non nego che anche lì ho pianto, un pianto di gioia: finalmente tutte le nostre fatiche si concretizzavano.
I giorni seguenti sono stati pesanti. Per ogni bambino che mi veniva presentato mi raccontavano la sua storia e tutte le storie si assomigliavano terribilmente: famiglie sterminate, decine di giorni sotto le macerie, magari sotto al cadavere di un genitore o di un fratello. Veronica, una bambina di 3 anni, ha perso 8 dei 10 componenti  della sua famiglia, le resta il papà al quale rimane avvinghiata finché non fa confidenza con me; la sua è la storia peggiore che abbia mai sentito: è rimasta 25 giorni sotto le macerie, ha visto sua sorella morirle sopra, il muro ha spinto il capo della sorella contro il suo e i denti di quel piccolo cadavere le hanno procurato una cicatrice scura a forma di elissoide, un segno che porterà per tanto tempo e che le farà ricordare quell’incubo. Nonostante quell’esperienza e l’amputazione a livello della coscia sinistra, la bimba ha un sorriso bellissimo, mi guarda con due occhi curiosi e rimane attenta a tutto ciò che faccio. Le applico la protesi, lei prova a stare in equilibrio e, aiutata dalla terapista Norma, esce dal laboratorio; poi si ferma, si gira verso di me e in italiano mi dice: “Grazie Marco!” Altro nodo alla gola, che mi prende anche in questo momento mentre scrivo questi ricordi.
In quei giorni si presentano al laboratorio tanti haitiani per dare una mano; tra questi un ragazzotto intraprendente che, senza battere ciglio, si mette ad aiutarmi; è bravo, mi piace e lo tengo con me, si chiama James. James oggi dirige il laboratorio in assenza di volontari italiani e, poco alla volta, sta imparando a costruire protesi per i suoi connazionali. Ad oggi si è anche aggiunta anche una ragazza di nome Nadeche e un ragazzo di nome Daniel, insomma l’attività ha cominciato a vivere di vita propria.

Dopo 10 giorni la missione finisce e torno in Italia. Da allora non ho mai smesso di lavorare per la Fondazione Rava, lo faccio per i miei “figli”, ai quali ho giurato aiuto. Dopo di me si sono alternati altri tecnici Italiani, persone straordinarie che, con la loro passione, hanno portato speranza in quella terra tanto martoriata.
In maggio sono ritornato ad Haiti e ho ritrovato i bambini ai quali avevo fatto le protesi: erano nella nuova zona dell’ospedale, dove si fa riabilitazione, e stavano camminando.
La situazione da febbraio è davvero cambiata: i problemi rimangono molti, ma un piccolo germoglio di speranza è nato. Grazie all’aiuto di tanti italiani di buon cuore, oggi quel laboratorio offre protesi con standard europei, la modulistica usata è specificamente pediatrica e di qualità altissima.
In ottobre ritornerò al St. Damien per installare altri macchinari donati alla Fondazione Rava, specifici per aumentare la produzione e mettere in piedi più persone possibili. Nel viaggio di ritorno porterò con me James, il quale starà in Italia diversi mesi per perfezionare la sua tecnica; verrà istruito proprio da alcuni tecnici che sono stati ad Haiti e che lo terranno “a bottega” per aiutarlo ad  aiutare la sua gente.
Alla Fondazione Rava va il mio grazie perché mi ha permesso di far parte di questa magnifica storia.