Testimonianze da Haiti

Testimonianza del Dott. Attilio Speciani, a Port au Prince per aiutare le mamme e i bambini di Haiti

Il noto specialista è in questi giorni in Haiti come volontario della Fondazione, per partecipare al corso ISUOG, nel quale interverrà venerdì con una speciale lettura sulla nutrizione in gravidanza, e effettuare ricerche utili alla prevenzione della malnutrizione tra i bambini. Il dr Speciani sta anche studiando la formula di produzione del peanut butter, il burro d’arachidi, la nuova unità produttiva avviata a Francisville grazie al sostegno di ACRI (Associazione fondazioni bancarie e Casse di risparmio).

“Ho passato la prima giornata qui ad Haiti visitando molte donne in gravidanza e analizzando le loro abitudini alimentari. Al mattino ho potuto lavorare alla clinica “La Manitaine” (il centro creato da Padre Rick e dal suo team, in cui sono eseguite oltre 10.000 visite all’anno) e nel pomeriggio invece all’interno dell’ospedale Saint Damien. Sono emersi degli spunti importanti per capire sia quello che effettivamente le donne fanno dal punto di vista alimentare quando inizia la gravidanza, sia per comprendere il tipo di pensiero che guida la ricerca di un particolare cibo e il suo significato profondo. Sono emersi dei dati molto particolari, come il fatto che pur nei limiti delle forti ristrettezze alimentari che patiscono, la loro prima colazione è un vero pasto, come dovrebbe essere per tutti, in cui vengono bilanciati legumi, cereali e ove possibile un uovo o semmai anche delle aringhe in scatola. Certo poi incontri persone, come a Wharf Jeremy che mangiano solo “quello che trovano” e solo talvolta riescono ad organizzare più di un pasto ogni due giorni. Parte del mio lavoro qui è anche legato alla possibilità di trovare quale è il significato profondo che gli haitiani danno al cibo. Ad esempio ho scoperto dopo un certo numero di interviste che la loro modalità molto visiva o cenestesica di percepire i messaggi correlava alcuni alimenti “sani” al concetto di energia, di forza…  Questa conoscenza è importantissima perché quando un medico fornisce dei suggerimenti alimentari bisogna fare in modo che le persone ricevano il giusto consiglio alimentare insieme ad una modalità che lo renda credibile e attuabile.  Usare gli stessi simbolismi radicati nella tradizione culturale locale integrandoli alla conoscenza scientifica è il modo vero per fare in modo che le persone lo mettano in pratica.

Il Dott.Speciani con Tamara Stampalija e il Dott. Ferrazzi in partenza da Milano

La testimonianza di Marco Avaro, volontario delle Fondazione, primo protesista arrivato in Haiti dopo il terremoto

Haiti: Diario della Rinascita

E’ domenica 14 febbraio 2010: sono con i miei bambini e mia moglie e sto andando a Pordenone per vedere i carri mascherati, squilla il cellulare e mi dico: “Che strano, chi mi chiama di domenica?” Mi sento dire: “Buon giorno, ingegnere, sono Maria Vittoria Rava. So che posso sembrare folle con queste mie parole, ma abbiamo bisogno di lei ad Haiti per costruire protesi. E’ disposto a partire per costruire un laboratorio e iniziare la produzione? Il suo aereo è martedì.” Io rimango sgomento, rispondo subito “sì”, ma dico che martedì non posso partire perché devo organizzare con i miei pazienti amputati, poi devo reperire il materiale e per martedì non riesco, ma il lunedì successivo sarò pronto per la partenza.
Vado dal mio amico Silvio Dalle Vedove, un terapista dell’Ass 6 di Pordenone, un uomo con anni di esperienza di missione in Africa, e gli chiedo di venire con me. Lui pensa un po’ e mi dice: “me lo sentivo che sarei andato ad Haiti” e mi dà la sua disponibilità a partire.
Quel “sì” ha cambiato la mia vita per sempre: sono spaventato, di Haiti non avevo mai sentito parlare, solo dai telegiornali per il devastante terremoto. “E adesso che faccio?” mi ripetevo incessantemente, quella notte non ho dormito, avevo in mente solo le immagini di distruzione e di morte che mi sfilavano nella mente.
E’ lunedì 15, comincio a organizzarmi, sempre spaventato ma molto determinato, comincio a telefonare freneticamente ai miei fornitori, anche loro increduli sull’impresa titanica da portare a termine, ma ci credono anche loro e si fanno in quattro per fornire tutte le macchine e i materiali di cui il laboratorio ha bisogno. Dopo decine di telefonate tra me, la Fondazione Rava e i fornitori, un lavoro estenuante, in 4 giorni lavorativi la Fondazione ha il container pronto per la spedizione.
In quella settimana vedo i miei due bambini preoccupati per il viaggio del papà. Francesco, il più grande, mi dice: “Papà, vengo anche io ad Haiti, anche io so costruire le gambe”; lo abbraccio forte, quasi piangendo, e gli dico: “Guarda che il papà torna presto, non ti preoccupare”.
È arrivato il fatidico giorno: lunedì 22 Silvio ed io partiamo da Fiume Veneto per Malpensa, un viaggio che ci è sembrato breve, in quanto abbiamo sempre parlato di cosa ci sarebbe aspettato. Arriviamo al terminal, siamo i primi, alla spicciolata arrivano tutti gli altri, Paolo, Ettore, Maria Vittoria, Emma; finalmente le voci sentite tante volte al telefono prendono anche un volto, cominciamo a fare conoscenza e la tensione si allenta con il passare del tempo.
Dopo un volo di 10 ore, saliamo subito sul pulmino che ci porta all’orfanotrofio NPH della Repubblica Domenicana; dopo aver mangiato e aver visto uno spettacolino teatrale, ci rimettiamo in viaggio, questa volta con destinazione Haiti. E’ notte e fa terribilmente caldo, siamo tutti stanchi e tesi, dormiamo a tratti svegliati da qualche salto per le buche sulla strada. Alle 4 di notte sentiamo dei cellulari squillare: c’è stata un’altra scossa di terremoto piuttosto forte, la paura in alcuni di noi si dipinge negli occhi.
Alle 7 di mattina siamo alla frontiera, passiamo abbastanza in fretta, il paesaggio dalla Repubblica Domenica ad Haiti cambia man mano che ci avviciniamo a Port au Prince: sempre più povertà, sempre più case distrutte. Dopo circa 2 ore ci siamo: si aprono i cancelli del famoso ospedale St. Damien.
Scendo dal pulmino, mi manca il fiato per qualche istante: di fronte a me una distesa di persone nei giardini dell’ospedale. Mi dicono che sono scappati dalle mura dell’ospedale dopo la scossa della mattina presto. Vedo i loro occhi impauriti, subito mi concentro e cerco gli amputati; in un colpo d’occhio ne conto almeno 10, ma, osservando meglio, vedo che sono molti di più. Ho solo il tempo di bere un caffè e poi mi portano alla Casa dei Piccoli Angeli dove dovrà sorgere il laboratorio.
In pochi istanti vedo il possibile layout e poi cominciamo a scaricare e ad organizzare il magazzino delle materie prime. Io, Paolo, Silvio ed Ettore cominciamo a fare tutti gli allacciamenti elettrici ai vari generatori del complesso dell’ospedale e, dopo circa 14 ore di lavoro no-stop, ci siamo: diamo l’annuncio che siamo pronti a produrre!
Durante l’allestimento mi sento addosso gli occhi dei giornalisti stranieri e degli haitiani stessi. Vedendomi in questa situazione, Norma, la terapista del Centro di Riabilitazione, mi dice: “Guarda che sei il primo”. Io dico: “Il primo che?”. E lei risponde: “Il primo protesista che arriva in Haiti dopo il terremoto”. Mi tremano le gambe: che primato mi spetta, spero di essere all’altezza.
Passano poche decine di minuti dall’allestimento del laboratorio e comincia una processione di mamme con i propri angioletti mutilati. Vedo bambini come Raffaele, il mio figlio più piccolo di neanche 3 anni, chi senza una gamba chi senza tutte e due le braccia e tutte le combinazioni possibili di amputazioni tra arto superiore e arto inferiore. Quel momento è indescrivibile, mi viene un nodo alla gola ma resisto e con Silvio comincio il lavoro. Dividiamo chi deve essere protesizzato, cioè quelli con le ferite chiuse, dagli altri che hanno ancora le ferite aperte e infette. Mentre io prendo le misure, Silvio e Norma curano le ferite: quegli odori mi rimarrano nel naso ancora per settimane dopo il mio ritorno. A tarda sera le prime due protesi sono pronte per essere applicate. Decidiamo di andare a riposare, ma chiaramente non riesco a dormire; vado sul terrazzo della Casa dei Piccoli Angeli per bere un caffè e fumare una sigaretta e scoppio a piangere: è un pianto profondo ma liberatorio, penso ai miei bimbi e piango più amaramente; in quei momenti ho giurato a me stesso che mi sarei preso cura di quei bambini come fossero figli miei.
La mattina siamo in piedi alle 5.30 pronti per riprendere il lavoro. Alle 8 precise arriva Nielle, una bambina di 11 anni amputata di tibia; all’inizio è stranamente euforica, ma quando mi giro verso di lei con la protesi, dopo un attimo di silenzio la bambina comincia a urlare disperata e mi dice: “ Ma dov’è la mia gamba?!”. Io non capisco e chiedo alla mamma, la quale, sconsolata, mi dice: “Nielle pensava che le riattaccassi la sua gamba, quella che è rimasta sotto le macerie”. Non mi sono mai sentito così male in vita mia! La mamma interviene e, imponendole le mani sulla testa, comincia a pregare dicendo: “Dieu nous accorde la force de supporter cette fois, parce que c’est la vie” e ripeteva sempre “c’est la vie”.
Quelle parole mi facevano soffocare, mi sentivo impotente. Comunque sono servite, perché Nielle ha messo la protesi e ha cominciato a camminare. Non nego che anche lì ho pianto, un pianto di gioia: finalmente tutte le nostre fatiche si concretizzavano.
I giorni seguenti sono stati pesanti. Per ogni bambino che mi veniva presentato mi raccontavano la sua storia e tutte le storie si assomigliavano terribilmente: famiglie sterminate, decine di giorni sotto le macerie, magari sotto al cadavere di un genitore o di un fratello. Veronica, una bambina di 3 anni, ha perso 8 dei 10 componenti della sua famiglia, le resta il papà al quale rimane avvinghiata finché non fa confidenza con me; la sua è la storia peggiore che abbia mai sentito: è rimasta 25 giorni sotto le macerie, ha visto sua sorella morirle sopra, il muro ha spinto il capo della sorella contro il suo e i denti di quel piccolo cadavere le hanno procurato una cicatrice scura a forma di elissoide, un segno che porterà per tanto tempo e che le farà ricordare quell’incubo. Nonostante quell’esperienza e l’amputazione a livello della coscia sinistra, la bimba ha un sorriso bellissimo, mi guarda con due occhi curiosi e rimane attenta a tutto ciò che faccio. Le applico la protesi, lei prova a stare in equilibrio e, aiutata dalla terapista Norma, esce dal laboratorio; poi si ferma, si gira verso di me e in italiano mi dice: “Grazie Marco!” Altro nodo alla gola, che mi prende anche in questo momento mentre scrivo questi ricordi.
In quei giorni si presentano al laboratorio tanti haitiani per dare una mano; tra questi un ragazzotto intraprendente che, senza battere ciglio, si mette ad aiutarmi; è bravo, mi piace e lo tengo con me, si chiama James. James oggi dirige il laboratorio in assenza di volontari italiani e, poco alla volta, sta imparando a costruire protesi per i suoi connazionali. Ad oggi si è anche aggiunta anche una ragazza di nome Nadeche e un ragazzo di nome Daniel, insomma l’attività ha cominciato a vivere di vita propria.
Dopo 10 giorni la missione finisce e torno in Italia. Da allora non ho mai smesso di lavorare per la Fondazione Rava, lo faccio per i miei “figli”, ai quali ho giurato aiuto. Dopo di me si sono alternati altri tecnici Italiani, persone straordinarie che, con la loro passione, hanno portato speranza in quella terra tanto martoriata.
In maggio sono ritornato ad Haiti e ho ritrovato i bambini ai quali avevo fatto le protesi: erano nella nuova zona dell’ospedale, dove si fa riabilitazione, e stavano camminando.
La situazione da febbraio è davvero cambiata: i problemi rimangono molti, ma un piccolo germoglio di speranza è nato. Grazie all’aiuto di tanti italiani di buon cuore, oggi quel laboratorio offre protesi con standard europei, la modulistica usata è specificamente pediatrica e di qualità altissima.
In ottobre ritornerò al St. Damien per installare altri macchinari donati alla Fondazione Rava, specifici per aumentare la produzione e mettere in piedi più persone possibili. Nel viaggio di ritorno porterò con me James, il quale starà in Italia diversi mesi per perfezionare la sua tecnica; verrà istruito proprio da alcuni tecnici che sono stati ad Haiti e che lo terranno “a bottega” per aiutarlo ad aiutare la sua gente.
Alla Fondazione Rava va il mio grazie perché mi ha permesso di far parte di questa magnifica storia.

Testimonianza di Giuseppe, volontario panettiere

A poco più di un mese dal terremoto del 12 gennaio, quando già si stava
spegnendo nei media la grande tragedia del terremoto che ha colpito Haiti, mi si è presentata l’opportunità di essere nella lunga fila di volontari
disponibili per dare un piccolo contributo a quella popolazione così
duramente colpita.
Il mio incarico è stato quello di dare continuità al laboratorio di
panificazione nell’ambito di Francisville, istituito dalla Fondazione
Francesca Rava di Milano che opera ad Haiti da molti anni e che oltre
all’ospedale pediatrico N.P.H. Saint Damien a Port au Prince, ha realizzato
e sostiene molte strutture.
La città Port au Prince è la capitale dello stato di Haiti, conta circa 3
milioni e mezzo di abitanti, la cui età media è di soli 16 anni. Una città
immensa con una povertà al di sotto della miseria. Non mi è facile
descrivere l’impatto che ho avuto arrivando qui, che vorrei tralasciare per parlare dell’esperienza di lavoro nella panetteria con questi giovani
haitiani che al mio arrivo si sono subito dimostrati molto disponibili e
affabili, ma che devono essere seguiti. Il mio incarico qui è stato quello
di proseguire il lavoro dei miei predecessori, venuti ad insegnare a fare il
pane che qui è veramente prezioso. Il progetto iniziale era di fare pane, un solo tipo di pane, con una ricetta semplice, che fosse semplice da fare per i ragazzi, con l’obbiettivo di fornire innanzitutto il pane all’ospedale,
alla casa dei volontari e, aumentando la produzione, cercare di distribuire più pane possibile a quanti ne hanno necessità. Il mio impegno qui è stato intenso ma con pazienza e perseveranza, insieme ai ragazzi della panetteria, siamo riusciti a fare quasi 10.000 panini al giorno, distribuendoli quotidianamente, oltre che all’ospedale, alle varie organizzazioni umanitarie che operavano nel periodo di emergenza post-terremoto e ad altre comunità, tra le quali quella delle suore di Maria Teresa di Calcutta 1.200 panini al giorno, quella della comunità evangelica 1.400 e delle missionarie della Carità altri 1.000. Ce n’era anche per Alfonso, responsabile del programma N.P.H. Angels of light che assiste i bambini colpiti dal terremoto e si prodiga nel distribuire nei Day camp N.P.H. e nelle baraccopoli tutto quello che resta della produzione quotidiana (da 2000 a 4000 panini).
Di notte non si lavorava visto che non ci si poteva muovere per ragioni di
sicurezza e non c’era corrente, la giornata lavorativa quindi iniziava alle
8 del mattino e si chiudeva verso le 5 del pomeriggio. Negli ultimi giorni
della mia permanenza, facevo spesso la pizza o la focaccia anche per la
protezione civile italiana che aveva base operativa nell’area dell’ospedale
stesso e per altre organizzazioni che la richiedevano e che fornivano gli
ingredienti.
Dopo le prime sfornate, verso mezzogiorno, andavo, accompagnato da due dei ragazzi che lavoravano con me, o da altri volontari, a distribuire il pane ancora caldo per i vari reparti dell’ospedale passando tra i letti o le
varie tende, distribuendo ad ognuno un panino che veniva accolto spesso da un semplice sorriso che era più di un grazie, altre volte con le lacrime
agli occhi per il regalo che stavano per ricevere. Pane ce n’era per tutti,
per le mamme e per i bambini, per i feriti e per i familiari che spesso ti
facevano capire che altri bambini a casa aspettavano da mangiare. Mercì
mercì!! ripetevano.
Per terminare, non posso dimenticare di ringraziare Adriano, Gianluca,
Lucrezia e tutti i volontari, medici, infermieri, protesisti, ostetriche che
ho avuto la fortuna di conoscere e con cui ho vissuto questa splendida
esperienza.
I rapporti sono stati cordiali ed affettuosi, tutti avevano nel cuore la
serenità, sempre disponibili e pronti a darsi e darti una mano. Eravamo lì
per portare il nostro contributo ai fratelli haitiani, che pur coscienti
della loro condizione, non sanno rinunciare ad un largo sorriso o ad una
calorosa stretta di mano. Da ultimo, ma di certo non per importanza, voglio esprimere il mio ringraziamento più sincero al dott. Roberto Dall’Amico, a Maria Vittoria Rava e a tutto lo staff della Fondazione.

Giuseppe
Volontario Panettiere della Fondazione F.Rava

Chiara del Miglio, volontaria della Fondazione

Cinque fratelli orfani, quattro di loro sono cresciuti a Kenscoff, nell’orfanotrofio NPH.
Joseph, il piu´ grande, è  sempre stato un esempio per gli altri tre. Studiava psicologia, uno studente eccellente, perchè lui voleva essere un modello per i fratelli Ronald, Michael, Delourdes…e lo era. Michael fiero andava in giro a raccontare che Joseph era il suo mitico fratellone, il suo migliore amico, suo padre, sua madre.
Non avevano genitori, zii, nonni ma erano una vera famiglia!
Usciti da Kenscoff hanno iniziato il programma esterno (nph continua a sostenere i ragazzi che compiuta la maggiore età devono uscire dall´orfanotrofio ma vogliono proseguire i loro studi), vivevano tutti e 4 insieme e, appena potevano, aiutavano il quinto fratello, il più grande, portandoli cibo e vestiti.
Si amavano loro quattro, di quell´amore fraterno che non ha confini.
Una scossa di terremoto ha fatto tremare la terra, ha distrutto la loro casa e cancellato per sempre tre delle loro esistenze.
Ora Rimane solo Joseph, 26 anni dedicati a chi  é stato strappato alla vita…26anni che non possono trovare sfogo in poche lacrime di sofferenza.
Non tutti conoscevano Joseph o avevano mai visto Delourdes o Ronald o Michael eppure durante la messa in loro onore si vedevano solo volti contriti in una smorfia di profondo dolore, come se il lutto di questa famiglia andata perduta avesse colpito ciascuno di noi, come se quel 12 gennaio fosse entrato a far parte in maniera indelebile anche delle nostre vite!

Fuori dalla chiesa sento sospirare stancamente “questo é troppo, questo é davvero troppo per il mio Paese”. E´ Fadul, uomo tutto d´un pezzo, a pronuciare queste parole, per la prima volta lo sento debole e arreso.
La tragedia di Joseph é l´emblema di un paese stroncato che dopo decenni di lotte vede disintergrarsi di nuovo in 34 brevi, eterni secondi!

Non posso fare a meno di pensare alla mia famiglia e mi sento in colpa verso il mio amico Joseph perché desidero solo abbracciare i miei fratelli e abbandonarmi alle loro braccia .. e io so che presto potrò farlo!

Inizio a sentirmi stanca. Credo di non essere più abbastanza forte per tutto questo.

Non so come farei se ad un certo punto una dott.ssa non si avvicinasse a me e scusandosi mi domandasse se fosse possibile, nonostante i funerali appena terminati, celebrare il battesimo di un bimbo nato il giorno prima da una giovanissima donna che ha perso tutti e tutto in quella stramaledetta scossa. Sorridendo la ringrazio per quella richiesta, la ringrazio per quel dono: osservare Padre Rick che benedice il piccolo nato é come vedere il miracolo della vita e della morte che si fondono..é guardare la vita che prende forma dopo la morte!

C´ é chi lo chiama caso, chi Dio io so solo che non posso piu´ credere che tutto ciò che avviene non abbia un senso…  io VOGLIO e DEVO pensare che questa mattinata sia il simbolo della rinascita!

Giuseppe Riitano, chirurgo salernitano-mantovano, tornato in Haiti per il terremoto dopo mesi come volontario per l’avvio delle sale operatorie al Saint Damien

I numeri spesso non sono concreti. Quando si superano certe dimensioni la mente non li segue, non riesce a creare immagini. Siamo partiti per Haiti sapendo di 200.000 / 300.000 vittime; non inizia neanche un processo di rassegnazione perché non sai cosa resta delle cose, della gente, dell’umanità che conosci e che hai lasciato da pochi mesi. Nel 2009 abbiamo aperto la sala operatoria in Saint Damien, sono stato a Port au Prince per molti mesi di seguito, abbastanza per conoscere dettagli, dettagli delle strade, dettagli dell’ ospedale, della vita quotidiana, abbastanza per riconoscere i visi di gente che pure è estranea al tuo mondo. Dopo un po’ di mesi ti senti un po’a casa tua anche perché sai cosa c’è nell’ultimo scaffale del grande deposito della chirurgia, perché sapresti come procuranti una scheda telefonica a mezzanotte, perché conosci l’età della figlia di Nirva e mille e mille altre cose che inavvertitamente hanno riempito le tue giornate.


Dopo 14 ore di pulman siamo al Saint Damien, vado a rivedere Julien e Villaire: sono in sala operatoria, stanchi ma consapevoli della loro grande utilità; ci raggiunge anche Nirva che è in farmacia: non sono gli unici ad aver trascorso mesi in Italia per seguire corsi di formazione professionale, ma con loro ho lavorato per mesi e per mesi li ho sentiti e visti anche la domenica; il rapporto è forte perché c’è una responsabilità reciproca; la tragedia li ha sfiorati, poi mi parlano del fratello di Erin, di John, di Claude: non ci sono più….
Non c’è più niente da conoscere e da capire ma l’ansia non molla, si trasforma in un sentimento più sordo e pacato quasi un senso di colpa, la colpa di chi è stato lì prima, di chi lì ha fatto qualche progetto e forse ha dato qualche lezione, di chi ha cercato di semplificare quella realtà per giocare un ruolo importante.
Cerchiamo un posto dove passare la notte; mi è capitato di dormire in solitudine dove ora sono accampate centinaia di persone, c’è una confusione laboriosa, tutti corrono ma alcuni si fermano ad abbracciarmi, sono neri, di bianchi conosco solo Roberto il Direttore Sanitario italiano: conversiamo seduti per terra, cerchiamo di capire in che modo possa essere utile il mio gruppo.
La prima notte in tenda al Saint Damien, poi ci trasferiamo nell’ Ospedale dei Camilliani  a 30 minuti di traffico; chiediamo ed otteniamo che il fuoristrada passi per il centro della città: il Toyota si ferma, cammini sulle macerie  nell’odore dei cadaveri, ogni ragionamento, ogni pensiero si spegne e l’anima si schianta vicino a ciò che resta della cattedrale, al ferro contorto di un collegio, al palazzo del presidente imploso, alla chiesa metodiste esplosa. La prima volta, nel 2007, ad Haiti ho dormito nel “vecchio ospedale” di NPH a Petionville, da pochi mesi non era più una struttura sanitaria, ho passato molte serate lì, dalla terrazza al 4° piano ho fatto foto ed anche un breve filmato: le macerie del fabbricato ora non superano i 2 metri d’altezza. Non abbiamo visto un cadavere per strada, ma di colpo li abbiamo sentiti tutti, più numerosi dei vivi che passano ma non si soffermano, che cercano di occuparsi delle loro miserie con rassegnata dignità. Non ho visto le folle concitate descritte dai giornali, nessun accenno di violenza; su tutto prevale la terribile sensazione che sia avvenuto l’irreparabile, che il peggio abbia superato il male.


Dai Camilliani, l’ospedale che ci è stato affidato perché potessimo renderlo operativo e potesse accogliere i pazienti adulti che affollavano il Saint Damien, abbiamo lavorato molto: Thomas Pellis, italianissimo anestesista in quei giorni al Saint Damien ci ha procurato anestesisti e materiale , Paolo Rebesan l’ortopedico ha tirato fuori l’ esperienza di tante missioni in Africa e con materiale americano ha trattato non so quante fratture di femore, e poi braccia, gambe, adulti, bambini, io e Franco Graziano ferite ma anche drenaggi di empiemi, di ematomi, cistostomie, un cesareo in una giovane con bacino fratturato, ma poi innesti cutanei per evitare amputazioni, gessi, medicazioni e quant’altro.
Gianni Ricco ha organizzato il Reparto, ha impiegato 2 giorni ad occupare le sale di degenza: pazienti ed infermieri volevano stare all’ aperto per paura di nuove scosse, i più fortunati in qualche verde aiuola gli altri nella polvere dei cortili. Gianni è un gastroenterologo con passato da chirurgo, è il più “medico” fra noi ha dovuto fare anche un po’ di sala operatoria, ma ha fatto molto il direttore ed il medico perché lo scompenso cardiaco e tanto altro non risparmiano i terremotati; abbiamo collaborato con il personale haitiano del laboratorio e di altri servizi, con i nuovi amici Camilliani che hanno organizzato sistemi di trasporto per portare in ospedale feriti ed ammalati e con i pochi medici liberi da tragedie personali.

Nessuno di noi ha compiuto atti eroici, abbiamo dormito in letti e mangiato attorno ad un tavolo imbandito, ci è stato offerto sempre tutto ciò che era possibile ottenere, noi abbiamo sempre e solo chiesto di lavorare, perché si sa quando lavori l’ansia si distrae e ti lascia respirare meglio.

Giuseppe Riitano con Gianni Ricco della clinica Villa del Sole di Salerno, sono parte dell’attivissimo comitato sostenitore della Fondazione Francesca – Rava N.P.H. Italia Onlus a Salerno.

La testimonianza di Mariateresa Cibelli, infermiera volontaria della Fondazione


Milano 10 febbraio 2010

Sono partita carica di disponibilità ed energia, senza ben rendermi conto di cosa avrei dovuto affrontare.
Mi sono trovata , dopo solo poche ore dal mio arrivo, nel reparto di maternità per il turno di notte scelta,tra i nuovi arrivati dell’ Ospedale San Raffaele , perché anche infermiera pediatrica.
Non mi sono posta molte domande ed ho subito iniziato ad accudire i 5 piccoli che con le loro mamme si trovavano in reparto, collaborando con Mary un’infermiera volontaria irlandese.

Dal giorno dopo non sono più stata spostata e mi sono occupata anche per 16/20 ore consecutive di queste piccole creature.
I primi giorni con il Prof. Ferrazzi , il dott. Ragusa (dell’Ospedale Buzzi) e Sonia (ostetrica del mio stesso ospedale) abbiamo allestito la sala parto ed in seguito organizzato l’attività di reparto in collaborazione con le infermiere haitiane e la californiana Jean.
Abbiamo verificato il funzionamento di due incubatrici, compilato cartelle con numeri e simboli per poterli velocemente identificare; recuperato culle, letti per le mamme, un frigorifero, una bilancia e quanto ci serviva man mano che le necessità si presentavano.
Grazie alla collaborazione di tutti siamo riusciti a colmare le prime esigenze, nel frattempo il numero dei piccoli aumentava, soprattutto quelli nati pre-termine e con un basso peso.
Con il neonatologo della protezione civile dott. Fantoni di Pisa ed il personale infermieristico haitiano abbiamo formulato semplici protocolli per meglio assistere i neonati ed in seguito, in accordo con il Prof. Ferrazzi , deciso di dividere l’attività assistenziale creando due differenti team: quello per i piccoli formato dal neonatologo di Treviso dott. Ros, dalla sottoscritta e due nurses locali e quello per le puerpere e le mamme ricoverate per eclampsia o cesareo, composto dal dott. Ragusa, Sonia, Jean e due nurses Haitiane.
Le giornate si sono succedute con un ritmo incredibile e le mie due settimane volate.
Durante questo periodo sono cambiati gli operatori, diversi per cultura, lingua, abitudini lavorative e competenze, ma non per disponibilità e tenacia soprattutto nei momenti difficili (purtroppo qualche piccolo non è sopravvissuto).
Peculiarità che ci rendeva consapevoli di trovarci là al fine di raggiungere unanimi lo stesso scopo : essere d’aiuto a queste fragili creature accudendole come se fossero il nostro bene più prezioso !!!

Ora che sono tornata provo una gran malinconia, che cerco di cancellare con una nota di gioia , pensando che nel mio piccolo sono stata fortunata per aver potuto contribuire alla nascita del reparto che è sinonimo di vita, simbolo di speranza per la rinascita di una popolazione così duramente colpita.
Ringrazio con il cuore il team organizzativo della fondazione RAVA (Mariavittoria e Chiara , due esseri fantastici !!!) e quello dell’Ospedale S. Raffaele, per avermi concesso questa arricchente possibilità.
Al dott. Ros tutta la mia riconoscenza per la collaborazione e la capacità di sopportazione.
Il mio grazie più profondo è rivolto a Padre Rick per l’esempio spirituale e fantasticamente umano che in questi difficili giorni ha dimostrato, con straordinaria umiltà, essere.
Mariateresa Cibelli

LA TESTIMONIANZA DI LIVIO RUSSO E STEFANO CALDERALE, CHIRURGHI D’EMERGENZA DI RITORNO DAL SAINT DAMIEN

Non è facile in poche parole descrivere impressioni, pensieri, emozioni che ci hanno colpito al nostro arrivo. Da una parte siamo stati subissati dalla pena per tutte quelle persone ferite e dalla atrocità di quelle lesioni che potevamo immaginare sporche ma non così infette, piene di mosche, vermi o uova di insetti; dall’altra la nostra “mission”, entrare subito in azione, cercare di salvare più vite possibile e di conseguenza attivare al più presto la sala operatoria ed iniziare subito ad operare ci ha preso completamente. In effetti proprio il fatto che la sala operatoria dell’ospedale S. Damien fosse funzionante ci ha dato la possibilità di avere l’onore di essere tra i primi, e sicuramente i primi chirurghi italiani, a dare un soccorso efficace ed organico alla massa di feriti che giaceva a terra praticamente in tutti gli spazi comuni dell’ospedale. Il giorno del nostro arrivo, il 15, è stato il più caotico; tuttavia alle 14 di quello stesso giorno eravamo già attivi in sala operatoria. Non si può a questo punto non ricordare il vero e proprio eroismo del personale di sala haitiano. Una per tutti, Edna più che caposala una mamma per noi. Passando sopra a tutti i loro problemi personali che il terremoto aveva creato, il caos delle strade, i problemi di sicurezza, dal primo giorno sono stati presenti e ci hanno aiutato e supportato al di la degli orari e della stanchezza accumulata.


Una parola per i bambini. Con i loro occhi grandi, quasi senza piangere o lamentarsi si affidavano a noi che con grande strazio troppo spesso eravamo obbligati a completare quelle amputazioni che il sisma o le infezioni avevano reso inevitabili per tentare di salvare le loro vite; e ancor più ci lacerava la coscienza di quanto sarà ancor più difficile e piena di ostacoli la loro vita da invalidi in una società povera in cui è difficile la vita quotidiana anche alle persone fisicamente integre. Questi pensieri hanno aperto un varco nel distacco emotivo che noi ci poniamo ad autodifesa, tanto che almeno nei riguardi di una bambina  da noi amputata di una gamba si è stabilito un rapporto speciale che speriamo possa sfociare in una adozione a distanza. Anche nelle tragedie però bisogna saper riconoscere i segnali positivi. L’ospedale S. Damien è stato per noi una sorpresa; non ci aspettavamo certo di trovare una struttura bella, funzionante, con criteri di modernità ma senza alcun cedimento all’inutile ricerca del superfluo. Ci ha fatto un gran piacere vedere al momento della nostra partenza che gli ambulatori avevano ripreso a funzionare e la fila ordinata delle mamme che la mattina portavano i loro bimbi a controllo, la normale attività quotidiana riprendeva. Abbiamo conosciuto persone straordinarie, padre Rick; padre Pedro; Conan che è stato il vero organizzatore dell’ospedale nell’emergenza; suo figlio John che da orgoglioso soldato dell’US Army pronto a portare a termine ogni nostra richiesta, è diventato in due giorni un provetto infermiere di sala e che ci ha dato la grande soddisfazione di dire che tornato a casa vuole fare la scuola infermieri; Patty infermiera della Pennsylvania che non voleva sedersi per timore di sentirsi dire che era una scansafatiche, i nostri due ragazzi Federico e Drusilla che da specializzandi ginecologi in due ore erano diventati assistenti chirurghi; e Gaia dolcissima pediatra che con un carattere di ferro andava tutte le mattine a mettere su ambulatori di fortuna in aree dove gli aiuti non erano ancora arrivati; e i Teams di ortopedici statunitensi con cui abbiamo lavorato fianco a fianco, così come i silenziosi ma operosi medici slovacchi e il team di infermieri di Milano che con la loro serenità e professionalità ci ha permesso di raddoppiare il numero di interventi eseguiti nella giornata (e nottata); e gli amici, perchè non possiamo che chiamarli così, del gruppo della Chirurgia d’Urgnza di Pisa, insieme ai funzionari della Protezione Civile Nazionale, allegri, fattivi, organizzati, con cui è stato un piacere dividere il lavoro, ma anche qualche caffè, pronti a darci una mano gli uni con gli altri. E ultimi, solo perchè meritano una parola in più per quanto hanno fatto per noi ma soprattutto per l’ospedale, Thomas e Roberto. L’uno, anestesista tuttofare e grande produttore di endorfine è stato il fine ricamatore del buon andamento della sala operatoria facendo sembrare che non vi fossero mai problemi e che se mai ci fossero stati bastava che lui andasse, parlasse con qualcuno, facesse un sorriso e tutto miracolosamentesi sarebbe sistemato; l’altro detto il DS, direttore sportivo, per dileggiare un po’ la burocratica figura del direttore sanitario, è stato un vera sorpresa. Quando lo abbiamo conosciuto accigliato, di poche parole, con battute acidine ci aveva messo in sospetto di una certa stoltizia (si dice così quando non si vogliono usare parole più forti?). Mai giudizio poteva essere più sbagliato! Averlo visto in azione, saper organizzare non solo la parte sanitaria dell’ospedale e degli ambulatori esterni ma soprattutto la massa di volontari che da tutto il mondo affluivano all’ospedale; ad ognuno dare un compito, organizzargli il lavoro, dargli una sistemazione e non dimenticarsi mai di essere un medico, un pediatra che considerava tutti i bimbi dell’ospedale come suoi e che si riconosceva come loro responsabile.

E mai potremo dimenticarci come una notte, in cucina con un bicchiere di vino in mano, ha aperto il suo cuore a noi, che in fin dei conti per lui eravamo degli estranei, e ci ha parlato delle amarezze e le soddisfazioni della sua vita professionale. Per concludere cosa resta in noi? Tristezza soprattutto per quei bambini; il ricordo di tante belle persone conosciute; la speranza che il nostro lavoro sia servito almeno in parte; la soddisfazione di pensare che la nostra presenza professionale abbia avuto un significato.

LA TESTIMONIANZA DI GAIA FRANCESCATO

La testimonianza di Gaia Francescato, neonatologa presso l’Ospedale dal Ponte di Varese, partita con il primo gruppo di 7 medici volontari della Fondazione e giunta a Port au prince a 72 ora dal sisma.

E’ il 13 gennaio 2010, sono le 8 del mattino. Mi sveglio al rintocco delle campane della chiesa di piazza Biroldi, a Varese. Ho trascorso la notte lì, nel mio monolocale di fronte all’ospedale Del Ponte, perché ero reperibile, ma non sono stata chiamata, penso mentre mi sveglio lentamente, la notte è trascorsa tranquilla. Improvvisamente mi rendo conto che se sono state le campane delle 8 a svegliarmi qualcosa non deve aver funzionato nell’orologio del mio cellulare. Ed infatti lo trovo spento. Il mio peggior incubo da quando lavoro a Varese….mi cercano ed il telefono non funziona…. Cerco di far ripartire il famigerato apparecchio, e non trovo chiamate dall’ospedale, ma un messaggio del primario che mi scrive ‘terremoto ad Haiti, un disastro’. Non riesco a capire quando me l’abbia mandato, gli rispondo immediatamente di farmi sapere di più, e contemporaneamente chiamo in ospedale per accertarmi che non abbiano cercato di rintracciarmi senza riuscirci, ed accendo il televisore per ascoltare il Tg. Le notizie sono scarse ed imprecise, tutto sembra ridursi ai soliti commenti su epicentro del terremoto, intensità, e su quanto sarebbe preferibile poter prevedere questi eventi catastrofici. Io inizio a fare un elenco mentale delle persone che conosco e che spero stiano bene, molti sono haitiani, e non ho alcun contatto con loro da quando sono stata lì, lo scorso novembre. Nel frattempo il capo non si fa sentire, ed io cerco di reperire qualche notizia da internet prima di mettermi in viaggio per Milano. Penso che vorrei partire subito, mi chiedo cosa ne penserà il mio fidanzato, mi chiedo se il mio capo accetterebbe che mollassi tutto. Pian piano nell’arco della giornata si mettono insieme i pezzi di un puzzle allucinante, Port Au Prince appare distrutta nelle sue zone più centrali, dove moltissimi sono i palazzi che sono crollati trascinando sotto le macerie non si sa ancora quante migliaia di persone. L’ospedale di Padre Rick sembra essere ancora in piedi, ma fortemente danneggiato dalle scosse, è stato evacuato.

Mando una mail all’ufficio della Fondazione, chiedendo se posso partire prima possibile. Agosti me ne dà autorizzazione, ma fino a quella sera alle 23 non vengo inserita nella lista dei partenti, che in linea teorica dovrebbe comprendere, al di là di qualche giornalista, medici indispensabili in quel momento e soprattutto uomini, perché ci sono possibilità che più che di assistenza medica ci sia bisogno di mani abili a scavare sotto le macerie per recuperare feriti e corpi senza vita. Trascorro tutto il pomeriggio alla Fondazione, cercando di rendermi utile per quanto possibile, cercando di capire se posso partire anch’io, aspettando Agosti che deve fare un’intervista al volo quella sera stessa.

Il mattino dopo mi danno appuntamento a Malpensa alle 5, devo trovarmi un biglietto aereo perché nulla è stato più prenotabile telefonicamente o via internet. Trovo un volo Iberia che miracolosamente coincide come orari con quello del resto del gruppo, viaggerò da sola ma parto.

Sulla tratta madrid-santo domingo i miei compagni di viaggio sono sei medici della protezione civile di Pisa, che mi spiegano che sono stati allertati per allestire un ospedale da campo, completamente attrezzato e che verrà lasciato poi ad uso della popolazione haitiana, ma che non sanno ancora dove si troverà. Nessuno di loro è mai stato nel paese, non sanno neanche loro cosa aspettarsi, mi sembra che tengano molto alla sicurezza dell’operazione.

All’aeroporto di santo domingo incontro gli altri del gruppo, veniamo accompagnati all’orfanotrofio di nuestros Pequenos Hermanos a San Pedro, ci viene offerto un letto ed una cena, ed io ne approfitto per una doccia immaginandomi che possa essere l’ultima prima di diversi giorni. Lì scopro che al mattino partirò in elicottero, insieme ad altri 4 medici: l’anestesista di Pordenone Thomas Pellis, il pediatra primario di Pordenone e direttore sanitario dell’ospedale Saint Damien Roberto Dall’Amico, due chirurghi d’urgenza del Policlinico di Roma Livio Russo e Stefano Calderale.

Partiamo alle 5 dall’orfanotrofio e veniamo caricati sull’elicottero militare della Repubblica dominicana, per gentile concessione della premiera dama. Il viaggio non è lungo, ci troviamo presto sul lago salato che si trova al confine con Haiti, atterriamo all’aeroporto Toussant Louverture dove già si trovano alcuni aerei militari e soprattutto squadre intere di giornalisti.

Un breve viaggio in uno dei pulmini dell’ospedale, che miracolosamente ha fatto il pieno di carburante, e ci ritroviamo in mezzo alle macerie, anche se non nella zona più colpita, ed infine in ospedale. Miracolosamente è integro, solo sporadiche crepe e pezzi di intonaco a terra stanno a testimoniare l’evento tellurico. In compenso un’immensa distesa di feriti di fronte ai nostri occhi. I chirurghi e l’anestesista si mettono subito all’opera nel tentativo di allestire almeno una delle due sale operatorie. Roberto si dedica al coordinamento del lavoro e fa un giro di ricognizione per capire la reale necessità di mantenere i pazienti al di fuori delle mura dell’ospedale, che a prima vista proprio non sembra a rischio di crolli. Io sono una pediatra, e mi ritrovo circondata da adulti feriti e fratturati, uomini e donne adulti. Cosa faccio?  Chiedo alla pediatra haitiana, Margaret, che è intenta a visitare alcuni dei bambini che erano già ricoverati in ospedale prima del terremoto, e che ora sono tutti accampati all’esterno, se posso offrirle un aiuto. Vengo accompagnata da un’infermiera da un giovane sui 30 anni, che ha perso una gamba da metà coscia. Gli è stato applicato una specie di laccio emostatico, e sul moncherino ha delle bende che sono intrise di sangue e di secrezioni verdastre e che emanano odore di carne marcia. Mi chiedono di rifargli la medicazione, e mi lasciano lì sul prato, con un po’ di betadine e qualche garza in mano. Dopo pochi secondi il paziente mi chiede di fargli un’anestesia, ed io non trovo nulla di meglio, dopo lunghe ricerche, che lidocaina. Uso tutta quella che posso, sul sottocute del moncherino, e mi immagino il sentir penetrare l’ago ed il liquido anestetico quanto possa essere doloroso. Dopo aver intriso le vecchie garze con della fisiologica, irrigo ancora la carne, ci passo il betadine con delle garze sterili, applico della crema antibiotica, gli somministro il ceftriaxone, gli metto una flebo…non so quanto tempo è passato, ma troppo. Intorno a me ci sono decine di malati come lui, ed io sono l’unica sul prato davanti all’ospedale, non posso essere così lenta! Ma al tempo stesso devo trovare il modo per aiutare senza provocare ulteriore dolore. Dopo un po’ mi chiamano a medicare dei bambini, ce ne sono due che hanno delle ferite al volto talmente ampie che sulla fronte l’osso è totalmente scoperto, anche se integro, e la più piccola ha perso parte della guancia sinistra. Si vede l’osso mascellare, le si può toccare la lingua senza che lei apra la bocca…finalmente qualche infermiera riesce a trovarmi della morfina per bocca, gliela faccio somministrare cercando di calcolare il dosaggio giusto, valutando il peso della piccola a occhio, non conoscendo i possibili effetti su una bimba di 3 anni che non ho neanche avuto il tempo di visitare…ma va bene, la medicazione che le devo fare sarebbe troppo dolorosa altrimenti. È necessario un courettage, e comunque solo un intervento di chirurgia plastica potrà aiutarla…ma chissà quanto tempo dovrò aspettare prima che ci sia un chirurgo plastico…

Non so come né a che ora, ma so che è buio, mi trovo nel giardino interno dell’ospedale, delle persone con fratture scomposte o anche esposte, vecchie ormai di due giorni, sono in attesa di essere valutate. La radiologia funziona, ma non è ancora arrivato nessun ortopedico. Trasportiamo i peggiori a fare le lastre, che guardiamo lì sul momento. A molti vengono confezionati gessi di fortuna, che andranno sostituiti quando ce ne sarà il tempo e la possibilità, da personale un po’ più esperto in materia. Verso mezzanotte mi rendo conto che in sala operatoria si è già lavorato tanto, a pieno ritmo, e che vengono raccolti i malati che devono subire amputazioni,si fa una lista sperando di dare la giusta priorità a tutti, ma è difficile non fare errori. I ricordi di quella prima giornata, ed anche della seconda e della terza, si confondono, hanno limiti sfumati, forse sono troppo intensi perché li possa richiamare alla mente ora. Credo che qualcosa sia anche stato dalla mia psiche intenzionalmente rimosso. Ricordo ad esempio di aver messo decine di flebo, perché le infermiere non sempre riuscivano a trovare le vene. Ricordo di aver lavorato con una fisioterapista sudamericana, Norma, come se lei fosse un’infermiera ed io un medico di medicina d’urgenza, pur non essendo vera né l’una né l’altra cosa. Ricordo di aver fatto decine di medicazioni, di essere andata in giro per l’ospedale a cercare di scovare in ogni cassetto ed in ogni armadietto i farmaci che mi servivano, le bende, le garze, il disinfettante. Ricordo un bisogno disperato di morfina, per tutti, ed in particolare per un settantacinquenne che avevo messo in lista per l’amputazione del piede destro, e che nel frattempo era spaventatissimo ed urlava per il dolore. Ricordo Conan, il capo infermiere, eccezionale, che ha trovato sempre quello di cui avevo bisogno, nei limiti delle disponibilità dell’ospedale per quei primi giorni. Ricordo Roberto che mi seguiva somministrando ketamina ai bambini cui dovevo fare una medicazione perché io gli dicevo che non l’avevo mai usata…dal secondo giorno giravo anche io con la ketamina, e non l’ho più tolta dal mio zainetto. Ricordo la prima bambina che abbiamo perso, che aveva una frattura del bacino ed è morta per insufficienza respiratoria, ed io non capivo bene perché, finchè ho perso la seconda e il terzo ed il quarto, tutti per crash syndrome… Ricordo che mentre assistevo un bambino nella sala emergenze, il fratello di un ragazzo che non era affatto ferito mi chiamava in continuazione perché lo visitassi…quando poi sono riuscita ad avvicinarmi a lui, ho scoperto che era un diabetico che non aveva preso l’insulina dalla sera prima perchè le fiale erano sotto le macerie, e non era riuscito a procurarsene altra. Non ho mai saputo che valori di glicemia avesse…non c’era modo di saperlo. Gli ho solo messo una fisiologica e somministrato la sua solita dose di insulina che sono riuscita a trovare in un frigorifero in uno dei depositi dell’ospedale. Ricordo il primo paziente con il tetano, ed il primo neonato prematuro che è morto in ospedale per insufficienza respiratoria, la notte tra il secondo ed il terzo giorno. Non ci sono stati momenti sereni, fino a quando non è venuto alla luce il primo nato del saint damien.

A nulla valgono gli anni di studi, saper curare è tutto. Era esattamente come avevo immaginato: non si riusciva a dormire, a mangiare, a fare una risata. La maggior parte delle volte mi sono sentita avvolta in una nube di incertezza, il caldo peggiorava le cose, l’impossibilità di lavarsi e di bere ancor di più. Rispetto a quello che ho fatto in passato, questo è dieci volte più difficile. Non posso certo dire che mi sentissi preparata.

In generale l’impressione è stata quella di sentirsi tirare da ogni parte, senza poter veramente aiutare nessuno. La stessa fatica di nuotare nell’oceano controcorrente, come fare diecimila bracciate e muoversi di un centimetro all’ora.

La quinta giornata di lavoro è stata un po’ caotica, avvolta in una leggera coltre d’incertezza, ed il cielo coperto non ha fatto che rimarcare questa sensazione. Molti aiuti sono arrivati, sia in termini di medicinali ed alimenti, che in termini di risorse umane. E queste sono state molto difficili da organizzare: probabilmente si tratta del lavoro più stressante, anche se emotivamente meno impegnativo, perché è fondamentale che ci sia coordinamento, collaborazione, e comunicazione fra tutti (non dimenticando che in questo ospedale si sentono normalmente parlare 5 lingue: creolo e francese, le lingue ufficiali, e poi inglese, italiano e spagnolo, sia per la provenienza dei volontari, che per la posizione dell’isola, che al centro di un mondo ispano-americano). Il mio lavoro è stato molto vario, e generalmente per nulla pertinente con quanto faccio in Italia, ed anche questo può essere stressante. Trovarsi ad esempio a gestire un adulto che ha un sanguinamento addominale oppure un altro che ha uno scompenso cardiaco, è una questione di medicina d’urgenza, ma per chi è abituato ormai da anni a seguire solo bambini, ed anzi neonati prematuri…può rappresentare davvero una sfida.

Quanto di più prossimo al mio abituale lavoro, è stato il ricovero un piccolo di 2 anni –peraltro sorridente e dolcissimo- che ha un tumore dalla nascita alla gamba e al gluteo. L’idea era di portarlo fuori da questo caos per dargli una chance di sopravvivere, di trasferirlo in Italia con la madre in modo da poterlo far operare con massima competenza e di riportarlo qui una volta stabilizzato. Ma l’impressione era che si trattasse di un sarcoma, molto esteso ed a crescita molto rapida…

In generale dei malati ha iniziato a preoccuparci forse meno l’acuzie, essendo trascorsa ormai una settimana dai loro traumi e dalle loro ferite. Si apre invece la triste prospettiva delle conseguenze delle loro lesioni del fisico e dello spirito. Molti sono stati dimessi, da questo meraviglioso ospedale che ha accolto con tutte le sue risorse i bambini –suoi primi ospiti- gli uomini e le donne, di ogni età e di ogni provenienza, assorbendo con la sua struttura di incredibile solidità sia gli scossoni del terremoto che le sofferenze delle persone. Ci si chiede però quale strada possano prendere questi uomini e queste donne che abbiamo cercato di curare, che certamente non abbiamo guarito. Verso quale casa siano diretti, se ne hanno una, se hanno familiari in attesa di accoglierli, se saranno in grado di lavorare, ed in qualche modo di ricostruire la loro esistenza. Ed i bambini, questi bimbi bellissimi di incredibile forza, con famiglie amputate, con le loro stesse membra amputate, che prospettive avranno? La riabilitazione è il processo di certo più lungo e più faticoso, ed in questo senso è necessario riflettere sul fatto che tra un paio di settimane gli aiuti potrebbero iniziare a scemare, e che questo popolo di persone solari, orgogliose, piene di fiducia e con tutta la forza necessaria per potercela fare, potrebbero comunque trovarsi soli nel combattere contro tutti i problemi della ricostruzione del loro fisico, delle loro famiglie, delle loro case, del loro tessuto sociale…

A partire dal sesto giorno il mio lavoro è consistito nell’assistere sul posto gli abitanti dello slum Warf Jeremie. Inizialmente l’idea era quella di aprire un ambulatorio all’interno di una delle scuole di NPH, la stessa scuola in cui avevo scattato tante foto dei bambini in uniforme arancione-. Ed in effetti la prima giornata è trascorsa visitando su un tavolo, uomini e donne con tagli, contusioni, ferite vecchie, ferite nuove, fratture non ridotte da 8 giorni…. Poi la gente del posto mi ha fatto capire  (cioè: io domando in un pessimo francese che è una coraggiosa quanto rocambolesca traduzione dall’italiano, loro mi rispondono in quello che definisco franceolo cioè un misto di creolo e francese di cui non capisco molto), che la maggior parte degli abitanti dello slum si erano trasferiti nelle tendopoli dei dintorni, Supis, Delmas2, Delmas A1. Prima di decidere dove stabilire la nostra clinica mobile io e i ragazzi dello staff (Richard, studente di medicina all’ultimo anno, Chantal, Stephanie e Dashqua, infermiere, Nicole, farmacista, Roselyn e Dumas, traduttori) abbiamo effettuato alcuni sopralluoghi ed alla fine abbiamo individuato come più debole tra queste l’area di DelmasA1, tra l’altro strettamente confinante con le altre e quindi in posizione buona per far convogliare tutti i pazienti dalle varie aree qualora non avessero avuto altra assistenza.

Quello che si vede a perdita d’occhio quando si accede a queste tendopoli è indescrivibile: un accampamento su un terreno sabbioso riarso dal sole, caldo come una fornace, e senza alcuna possibilità per la gente di reperire cibo e acqua potabile e senza un centimetro di vera ombra (e fin qui va ancora bene…bisogna pensare alla prossima stagione delle piogge..). I capofamiglia cercano di delimitare degli spazi con bastoni di legno piantati nel terreno ed un lenzuolo come tetto.

La prima volta che abbiamo avuto accesso, con il permesso dei capi della comunità, di entrare nell’accampamento, sono stata accompagnata da una donna che aveva partorito da tre giorni; lei e la bambina stavano bene, la piccola era intenta a succhiare e le era già caduto il moncone ombelicale.

Mi è sembrato incredibile..

La tendopoli era piena di bambini, che riuscivano a divertirsi giocando con una pallina di legno e che sorridevano e andavano in giro con una magliettina lisa e lercia addosso e basta. Guardandomi intorno avevo deciso immediatamente che quello sarebbe stato il posto in cui metterci a lavorare. Il mio staff ha accettato di farlo -non con immense espressioni di gioia-, la Protezione Civile ci ha fornito e montato una tenda bianca dell’esercito, al di sotto della quale abbiamo ricreato un vero e proprio ambulatorio, con  angolo visite e consultazioni, angolo farmacia, angolo medicazioni, angolo distribuzione di acqua e biscotti energetici.

Al di fuori della tenda si creavano immense file di pazienti, allineavamo con l’aiuto dei capi di comunità, che chiamavano tutti i bisognosi a raccolta con un megafono, da una parte gli adulti e dall’altra i bambini, ed era difficile che riuscissimo a vedere tutti prima di finire i medicinali a nostra disposizione.

Colpiva molto il fatto che secondo i genitori, tutti i disturbi dei loro piccoli fossero iniziati dopo il terremoto. Chiedevamo: da quando ha diarrea, vomito, tosse, febbre…? E loro mi rispondevano: Depi Bagaj! Cioè da quando è successo il fatto. In francese –ed anche in creolo-  terremoto si dice Tremblement de tierre, ma loro lo chiamano Bagaj, cioè la cosa. Oppure vi si riferiscono come “la catastrophe”. E tutto oramai sembra dipendere da quello, dalla catastrofe che si è abbattuta su di loro così inaspettatamente ed in maniera così sconvolgente. In città, tra le persone, alla radio locale, non si parla d’altro. C’è chi dice addirittura che le scosse di assestamento si sentiranno fino al 2012. Qualsiasi evento sembra ormai dipendere dal terremoto, dal Bagaj. La paura è enorme, si legge negli occhi di tutti i passanti. Le piccole scosse che si sono avvertite dopo il 12 hanno fatto sì che si scatenassero momenti di panico anche in ospedale, la gente si trascinava all’esterno nonostante le gambe fratturate o mezze amputate, chi non poteva trascinarsi da solo veniva trascinato via da altri, tirato per le braccia, per i capelli, per un qualsiasi appiglio. Le urla erano rivolte al cielo, in sostanza con un unico unisonante grido: pourquoi encore mon Dieu? pourquoi toujours a nous?

I pazienti più gravi li trasferivamo in ospedale con il nostro pick-up, e la sera ci occupavamo dei rifornimenti di farmaci e viveri per il giorno dopo.

Qualche giorno di lavoro nella tendopoli, e già nel rientrare in ospedale e nel guardarmi intorno mi sembrava fosse trascorsa un’eternità da quando ero arrivata e questo era rigurgitante di malati. Roberto aveva fatto un lavoro grandioso nel far sì che tutti ricevessero un trattamento –e magari fossero anche dimessi o comunque trasferiti- nel minor tempo possibile. Sotto i miei occhi si sono progressivamente svuotati il patio, i giardini interni, e poi l’esterno. Non credo di aver contribuito che in minima parte a migliorare le condizioni di vita delle persone cui ho cercato di dare assistenza e devo ammettere che ho attraversato anche momenti molto difficili.Nel tardo pomeriggio e in serata facevo un breve giro in una delle stanze del reparto di Pediatria.

C’era un albino. Era bianco, ma di un biancore innaturale, con leggerissimi capelli biondi acconciati alla maniera haitiana con treccine dalla fronte alla nuca, riunite in fondo in una piccola coda. Gli occhi azzurro celeste, erano più che limpidi vacui, con uno sguardo inquieto che non riusciva a poggiarsi su nulla ed un costante ondeggiare verso i lati e poi verso l’alto. Occhi di bambola. Di una bambola meccanica. In quella stanza di neri, la sua presenza stonava enormemente. Di tutti i bambini distesi e piangenti, lui era l’unico seduto con le gambe incrociate, ed un giocattolo in mano su cui non posava mai lo sguardo. Dissimulavo normalità, pensando che difficilmente sarebbe stato accettato come un qualsiasi bambino della comunità.

Ad uno sguardo più accurato sembrava che la stanza intera del reparto fosse stata dedicata ai bambini con qualche anomalia dalla nascita, se non genetica neurologica, o immunitaria, tra cui l’albinismo era la meno importante. Un piccolo, minuscolo bambino della stessa età del primo, ma il cui peso era evidentemente quattro volte inferiore, e con AIDS conclamato, aveva le labbra circondate da ulcere, e l’apertura della bocca somigliava al cratere di un vulcano in eruzione. Se piangeva ti potevi avvicinare e farlo smettere con un solo sguardo, perché era chiaro prima di tutto che nonostante le dimensioni infinitesimali l’età gli consentiva di comprendere la vicinanza di una persona anche non familiare, e di apprezzarla per quello che poteva donare, dato che la maggior parte della giornata la trascorreva in totale solitudine, ed il pianto si doveva certamente in parte anche a quello, oltre che al dolore. Un altro più grande, di un paio d’anni, con evidente ritardo neuromotorio, si agitava incessantemente e senza apparentemente riuscire a trovare alcuna pace nelle parole e nelle carezze e nelle attenzioni di chi gli si avvicinava. Non importa quale fosse la mia missione, il motivo per cui fossi partita, nulla mi avrebbe permesso di sopportare le  sofferenze dei bambini.

Moltissimi erano gli amputati. Bambini, donne, uomini, senza un braccio, senza una gamba, senza un braccio e una gamba. Comunque in grado di salutarti e sorriderti; ma la loro stessa immagine ti rendeva più facile il pianto che il sorriso, e loro non si sarebbero mai meritati di sentirsi compatiti.

E’ arrivato il momento di rientrare, la stanza della neonatologia si sta riempiendo, in parte di piccoli nati al Saint Damien, in parte da neonati che sono stati trasferiti da altri ospedali o che sono stati portati da casa. Questo reparto è il progetto per cui ho tanto sperato di poter lavorare, e che purtroppo devo lasciare proprio nel momento in cui sta prendendo forma. Ma ancora infinite sono le opere da compiere, qui come nei campi e nelle tendopoli e negli slums, e ciascuna è importante, e deve avere un seguito cui spero di poter contribuire.

LETTERA DI GENA DALLA CASA DEI PICCOLI ANGELI

Finally some quiet – finally some moments  to stop and think about all that has happened since Jan.12 2010. I am tired – physically tired and my spirit is tired. I am in our rehab centre – just beside the hospital. Today I am trying to stay away from the hospital – trying to put some distance from me and the sad realities living over there. My body is here on the couch and yet my mind is there with the children. I see Johanne lying on her bed-seven years of age and she is in a coma. The wall that fell on her head pushed a bone in her skull into her brain and to most people she is dead. The doctor asked me to tell the grand-mother-Meritanne- that they cannot do anything for her and that there is no hope for Johanne to recover. I told him that I  would tell the grand-mother that it was unlikely Johanne would recover  BUT
I would not say that there is no hope. Where there is life there is hope and how could I take that little hope from this loving mother? How could I? Meritanne  has been with her grand-daughter day and night and she knows that she is very sick. She is not expecting a full recovery BUT she sees her alive when many are dead. She has hope that she might recover – even a little bit. Hope is not the same as expectation. Who has the right to take away Meritanne’s hope? No one has that right. I understand this doctor – he is a kind man that came to help. He does not want to give the family false hope. I told him he does not have to worry about this BUT we will not take her hope. She is a smart woman and she is realistic. She is a Haitian mother and the Haitian people are a people of hope. Good for her. I share in her hope.

And what of Johanne- one eye open and the other closed shut and who knows what is going on in her mind. When you talk to her and kiss her soft skin, I liked to believe she is aware of it and that the blinking of the eyelid is her way of saying that she is indeed listening. Meritanne  takes comfort from the fact that the “white doctors” – Norma and I (neither of us doctors!) are giving her child so much attention and that we BELIEVE that Johanne is still very much with us. I told everyone in the ward that we have to put a lot of attention on Johanne- that Johanne has to know how much we want her to come out of this coma. Other mothers give encouragement and everyone says the same thing – thousands died, Johanne is alive. There is a reason!
Johanne is one of seven kids. The others are ok –  the house destroyed and they are all living in a nearby park.  They lost all they owned. The
grand-mother wonders what will happen if Johanne is discharged. I wonder the same but for now she will not be going anywhere as she is too unwell. Probably you dear Johanne will not be discharged as for sure your family cannot take care of you in the rubble or under the four sheets that is now your home. Dear dear Johanne, in a moment your life is changed forever and there is no point in even beginning to wonder why. I hope, I so dearly hope that we can help you and your family. I hope. I hope. I hope for so much!
From where I sit, my mind takes me to the bed of Meleanda – five years of age and immobile in her bed. She was trapped in her house – stuck under a door and debris. Her family pulled her out and she was rushed to hospital and put on Oxygen. She was 10 days on Oxygen and now she lies on her bed – unable to move, unable to talk, unable to eat- very like Johanne but Meleanda is not in a coma. She is aware when the nurse comes to give her medicine and her little body tenses in fear. Her Mam, Clarice tells me that Meleanda responds with her eyes when she talks to her. Meleanda tries to move but cannot. The father is a school teacher – he used to work in two different schools – one in the am and one in the pm. Both schools destroyed.Lots of people are always hungry in Haiti. Before the earthquake many people were lucky if they ate once a day. Now can you imagine the scene – no house, no clothing, no money, no food- for thousands and thousands of people.
Mothers in our hospital have no money to feed themselves while they are with the sick children. They worry about their other children that are sleeping in the parks and streets. Can you imagine the stress of these people? Can you imagine the pain? Can you imagine the sadness?  World- wide people are trying to help and this is so good. Say a prayer for Johanne and for Meleanda. They are only two and there are many more like them. But I have put them in your head and if you keep them there I believe it will be good for them.

Maybe ye have room for another little kid. His name is Stevenson and he is a bright and sparky three yr old. He had one leg amputated(below the knee) and yet he is still able to smile and play with his little car in his hospital bed. To see him smiling there, you would never imagine all that he has been through. His grandmother is not smiling. She sits there with a sad and tired face. When I talk with her I realize that she is worried about what and will happen when she has to leave the hospital. She has seven kids, two grandchildren and she is the one supporting all of them as she has no husband to  help. Oh this woman! How can I describe the sadness, the quiet sadness that did not find the words to come out. When we spoke I felt I wanted to take her in my arms and tell her that she was not alone. “What will I do when I take him home? I have no home- we are sleeping on the street and it will not be good for him because at night it gets cold and he is already fragile. What will I do? I have no idea.”
I told her, I was going to tell her story and maybe I could help. She looked at me and in a very quiet way she said “ if you were able to do this for me, this would be so so good and I would give thanks to God. Maybe God brought you to be because you are the first person that has asked me about my home and maybe you will be able to help me. I will be so so thankful if you can help me because I do not know what I am going to do”. This beautiful woman that could be my sister, or my cousin or my mother! Her name is Ghislaine.
I spoke to some of the foreigners that are staying in our grounds and I
asked them if they can give me their tents when they leave next week. They said yes so that means I have some tents for some of the patients that will soon be leaving. For now I will be able to give Ghislaine a tent for her little boy and I will give her some money to help her out. I cannot give her life back but we will help her as we can. We have over twenty children with amputations in our hospital and probably as many adults. The statistics say that so far there are at least 2000 amputees since the earthquake. We have a lot of work to do! We do what we can and we are grateful for the thousands of people helping us do what we can do.
Gena Heraty

OMELIA DI PADRE PEDRO

Un estratto dall’omelia di Padre Pedro Arteaga, volontario ad Haiti nei primi giorni dell’emergenza e membro del consiglio della Fondazione

…Abbiamo preso il primo volo disponibile e siamo arrivati il giorno dopo a Santo Domingo nella Repubblica Dominicana. Ci siamo fermati la notte per aspettare un team di medici italiani che dovevano arrivare in serata. Il mattino dopo alle 4 siamo partiti su un bus navetta stracolmo verso Port au Prince, con destinazione l’Ospedale dei bambini St. Damien. Lungo la strada abbiamo svuotato i nostri portafogli e una grande farmacia per procurarci tutti i medicinali che potevano essere necessari. Dopo 7 ore di viaggio siamo finalmente arrivati a destinazione. Mentre scendevamo dalle montagne non abbiamo visto molto del disastro che aveva spianato il centro storico, Petionville, Cite Soleil, Wharf Jeremy, Del Mar e altre parti della capitale.
Ma una volta dentro l’ospedale abbiamo visto gli effetti del terremoto nelle terribili sofferenze e dolore della gente.
Il nostro ospedale normalmente ospita circa 140 bambini. Ma quando siamo arrivati dovevano essercene quasi un migliaio. La maggior parte erano feriti gravemente eppure aspettavano pazientemente il proprio turno. Cinque minuti dopo i nostri dottori erano già al lavoro. Hanno passato lì fino a 20 ore al giorno per tutti i giorni seguenti.

….In tutte queste tenebre vi sono stati comunque molti segni di luce e di speranza. Un team di giornalisti inglesi ha intervistato Marie Doval, una ragazzina undicenna che aveva perso la gamba destra. Le hanno chiesto se era triste di aver perso la gamba, ma lei ha sorriso e ha detto NO, era riconoscente di essere viva. Sono rimasti profondamente commossi dalla sua risposta e le hanno domandato cosa si aspettava dalla vita e lei ha risposto che voleva diventare dottore per poter aiutare gli altri.
Due giorni dopo il nostro arrivo sono nati due bambini. Gemelli…la vita continua!
Mentre lasciavo l’ospedale per tornare negli Stati Uniti una signora mi ha fermato all’ingresso. Mi ha detto che voleva ringraziarmi perchè avevo pregato per lei il giorno in cui era stata ricoverata. Le sue condizioni erano critiche, ma ora stava bene e stava per essere dimessa dall’ospedale. Poteva andare a casa, ovunque essa fosse.
C’è un salmo che tutti conosciamo e che dice:
“Il Signore ascolta il grido del povero”, ed io posso dire che alla fine abbiamo tutti sentito questo grido.
Che il nostro buon Dio ci benedica con tutta la sua pace e la sua forza.

MESSAGGIO DA LUCREZIA, VOLONTARIA DELLA FONDAZIONE

Messaggio da Lucrezia Stocco, volontaria della Fondazione, che si trovava all’orfantrofio di Kenscoff al momento del terremoto

Carissimi amici,

forse queste foto possono aiutarvi a capire meglio la realta’ di Haiti prima del terremoto.

La poverta’ e la miseria di questo luogo, urlavano gia’ aiuto prima della catastrofe, e solo ora abbiamo sentito forte la loro voce disperata !!!

Non abbandoniamolo, non accontentiamoci solo dell’emergenza, Haiti ha bisogno della solidarieta’ di tutto il mondo. Continuiamo a tenerci per mano e soprattutto a tenere la mano di questo popolo meraviglioso che ha dimostrato tanto coraggio e dignita’ nella sofferenza.

Vi invio una foto di Molly ed Erin, le due meravigliose ragazze volontarie N.P.H. americane che tanto hanno contribuito al bene di questo luogo, e con le quali ho condiviso momenti intensi.

Molly per disegno divino ha lasciato la sua vita ad Haiti, ed Erin trovata nelle macerie dopo 12 ore viva, sta dando in tutto il mondo testimonianza di grande forza.

Vorrei concludere raccontandovi di un episodio che riguarda padre Rick, un momento di grande gioia, quando in visita alle scuole di strada con amici italiani, ha sentito fortemente di salire su un Pic up e di cantare in piena liberta’ verso il cielo le canzoni di Andrea Bocelli, in segno di vita e speranza, virtu’ che caratterizzano la spiritualita’ di quest’uomo straordinario, il quale in un’intervista ha detto : HAITI E’ MORTA, MA RISUSCITERA’.

Io e tanti amici, ci uniamo in preghiera a padre Rick affinche’ presto questa risurrezione non senza fatica e sofferenza, si compia !

Pace e bene
Lucrezia

LA LETTERA DI GENA DALL’ORFANATROFIO DI KENSCOFF

Gena, responsabile degli “Special needs children” e della Casa dei piccoli angeli, scrive dall’orfanotrofio N.P.H. di kenscoff. Una toccante testimonianza non solo della convivenza con la paura del terremoto, ma anche dell’immenso amore di N.P.H. per i suoi “figli”.

 

 

E’ una giornata di sole a Kenscoff e i bambini si stanno godendo il sole, alcuni stesi sui materassini, alcuni sulle loro sedie a rotelle e alcuni di loro stanno lavando i piatti.

In casa fa freddo e si respira un’aria meno rilassata. Chi lavora all’interno, perché costretto a stare in casa per il tipo di lavoro svolto (i cuochi e chi si occupa di fare le pulizie) è più nervoso e spaventato. Ogni minimo rumore fa sussultare il cuore e tutti si chiedono se questa volta si tratterà di una scossa più o meno forte. E io? Io tremo in continuazione!! E non solo io, tutti gli adulti si trovano in questo stato. Facciamo tutto quello che dobbiamo fare e facciamo del nostro meglio per assicurarci che i bambini siano protetti e al sicuro, ma nel frattempo siamo preoccupati del fatto che potrà esserci un’altra forte scossa.

Mi trovavo all’Ospedale Saint Damien di Tabarre durante il primo terremoto (e anche durante il secondo) e il mio primo pensiero è stato per Kay Christine (la casetta in cui vivono i bambini e ragazzi disabili dell’orfanotrofio). Non sono molto esperta di costruzioni, ma posso dire che, fortunatamente, è tutto a posto e l’edificio non è stato danneggiato da nessuna delle due forti scosse. Alcuni dei nostri bambini dormono all’interno dell’edificio, anche dopo mia insistenza in quanto fuori fa freddo e molti di loro sono molto deboli. Tutti gli altri invece, nonostante tutto, dormono fuori , sul campo di basket. Sono troppo spaventati per dormire dentro. I miei bambini non sono spaventati a dormire all’interno e dormono molto molto bene. Non è esattamente la stessa cosa per noi adulti, personalmente sento molto la responsabilità di sapere che qualcuno di loro si trova all’interno. Tutti coloro che dormivano al piano di sopra stanno ora dormendo al piano terra – le ragazze nella stanza adibita alla terapia e i ragazzi nella sala da pranzo. I bambini più indipendenti dormono nelle loro camere al pian terreno. Le nottate sono lunghe e solitarie e non vediamo l’ora di vedere che si rischiari e che si sveglino i bambini, in quanto, una volta svegli, avranno la possibilità di correre al di fuori dell’edificio nel caso in cui ci fosse un’altra scossa. Mi chiedo cosa potrebbe accadere a coloro i quali non sono in grado di camminare se dovesse accadere mentre dormono. Il mio piano è molto semplice – laddove la scossa dovesse esserci durante la notte, coloro che possono uscire andranno fuori ed io rimarrei con chi è costretto a letto. Accada quel che accada, ma non vedo altra soluzione, non lascerò questi bambini per loro conto. Probabilmente nessuno riuscirebbe ad uscire se chi dorme all’interno non si sveglia in tempo. Io cerco di essere positiva e ripongo la mia fiducia in Dio ma, non per questo, non sono spaventata. Non per me stessa ma per i bambini. Così mi dico “Dio mi ha portata da questi bambini e me ne ha dato la responsabilità. Posso solo fare del mio meglio e il resto è tutto nelle Sue mani”.

Mi ha fatto molto piacere vedere come, durante il primo terremoto, molte persone dello staff sono state vicine ai bambini e li hanno protetti con il loro stesso corpo. Rischiando di morire loro stessi pur di proteggerli. Tutto lo staff è molto disponibile e, nonostante la paura, tutti (me compresa) vogliono rimanere all’interno dell’edificio per cucinare e per prendersi cura dei bambini che ne hanno bisogno. Ogni volta che arriva una scossa aumenta la paura e il mio cuore batte all’impazzata per tutti loro. Sfortunatamente abbiamo perso una persona dello staff. Si chiamava Dieudonne Massillion, ha lavorato con noi per oltre 15 anni. Si trovava a casa sua quando c’è stato il terremoto stava correndo fuori per prendere il suo bimbo più piccolo. Mentre stava correndo le è crollato addosso un muro di casa ed è deceduta prima di arrivare all’ospedale. La cosa più dolorosa per noi è che, con tutto quello che sta accadendo, non abbiamo avuto nemmeno il tempo di pregare per lei. E’ stata cremata il giorno successivo e nessuno di noi è potuto andare al funerale – io mi trovavo ancora a Petionville ed il resto dello staff era davvero troppo occupato a dare una mano.

E’ davvero molto triste e difficile da accettare. Dieudonne faceva parte della famiglia di Kay Christine così come i nostri bambini ed era davvera una bravissima lavoratrice.

Circa due anni fa sua sorella Olivia è deceduta a causa di un ictus e anche Olivia lavorava con noi da molti anni. Nessuno di noi qui può credere che, in così poco tempo, avremmo perso entrambe le sorelle.

Le nostre gemelle, Solina e Xiomala hanno perso la loro sorella Solita. Solita è cresciuta qui all’orfanotrofio ed amava moltissimo le sue sorelle. Veniva tutti i giorni da noi a farsi pettinare; viveva vicino a Port Au Prince (nell’area di Delmas) con i suoi familiari. Era incinta di otto mesi, lei ed il bambino che aveva in grembo sono morti quando improvvisamente la casa nella quale viveva è crollata. Suo fratello mi ha detto che è morta perché stava cercando di aiutarlo ad uscire. Il primo di Gennaio Solita aveva passato la giornata qui con noi a Kay Christine e le sue sorelle erano davvero contente di averla con loro. La scorsa estate ha passato un mese con noi e avevamo intenzione di assumerla a Kay Ste. Germaine dopo la nascita del suo bambino.

Moltissime persone del nostro staff hanno perso amici e parenti. Caramelle ha perso sua nipote, Mme Maxime suo nipote, Mme Casimir ha perso 2 nipoti ed altri hanno perso cugini, amici, etc..

Il nostro programma di riabilitazione in Petionville (Kay Eliane) non esiste più in quanto l’edificio è crollato. Abbiamo perso la nostra magnifica volontaria Molly Hightower durante il crollo. Il crollo ha ucciso anche Ryan, un ragazzo che era venuto a trovare la sorella che fa la volontaria da noi (Erin). Molly lavorava con noi da Giugno ed era la persona che si occupava di portare i bambini in piscina ed aiutava anche con il programma di equitazione e molte altre attività in tutte e tre le nostre strutture. Molly aveva un sorriso solare che illuminava le nostre giornate e a noi manca moltissimo. Noi siamo stati molto fortunati in quanto, al momento della scossa tutto il nostro staff di Petionville era già andato via, così come i bambini. Fortunatamente per noi, tutto lo staff sta bene, a parte il fatto che qualcuno ha perso la casa!

Ho sentito dire che uno dei loro genitori ha perso la moglie. Hanno tre figli, di cui due disabili ed ora quest’uomo si ritrova da solo e non ho idea di come potrà fare ora che è rimasto solo. La maggior parte del mio staff a Petionville è stato a Tabarre la scorsa settimana e qualcuno ha potuto dare una mano all’ospedale.

A Tabarre (Kay Ste. Germane, la Casa dei Piccoli angeli) abbiamo perso uno dei nostri insegnanti. Marie Caramelle è deceduta nella sua casa con i suoi bambini. Il più piccolo non aveva neanche un anno. Marie Caramelle lavorava da moltissimi anni nel kinder garden di Ste. Helene ma si era trasferita nella nostra scuola a Ste. Germaine ed era già un anno che lavorava con noi. Tutti i bambini amavano Marie Caramelle, era piena di vita ed energia. Era sempre sorridente e quando è iniziato l’anno scolastico mi ha detto: “ Gena, non ti devi preoccupare, quest’anno scolastico ti renderà molto fiera”.

Tutti gli altri membri dello staff stanno bene. Molti hanno perso le loro case a tutto quello che possedevano. Yolene, la direttrice della nostra scuola speciale, ha avuto davvero giorni difficili. Suo marito si trovava nel suo negozio quando l’edificio gli è crollato addosso e lei non aveva idea di dove fosse dal momento che non è più tornato a casa. Lo ha cercato ovunque fino a quando non lo ha trovato in uno stato molto grave. Ora è paralizzato dal busto in giù, ha un piede rotto ed era in pericolo di vita. Fortunatamente siamo stati in grado di organizzare un volo per gli Stati Uniti dandogli una speranza di vita. Ma, nel caso riuscisse a sopravvivere, la strada per lui non sarà certo in salita, dal momento che rimarrà quasi sicuramente paralizzato dal busto in giù. Si erano sposati a Luglio.

Alcuni dei genitori dei bambini ci hanno telefonato per dirci che stanno bene. Molti di loro hanno perso la casa ma ringraziano di essere ancora vivi. Al momento non tutti si sono fatti sentire, e quindi non conosciamo le loro condizioni. Speriamo che molti di loro vengano al centro lunedì così da poter organizzare le prossime settimane. Al momento stiamo ospitando un gruppo di ragazzi disabili abbandonati che vengono accuditi da Partners in Health. Sono ragazzi stupendi e rimarranno con noi per circa un mese. Il programma è quello di trovare loro una location dove possano stare.

E ora? Moltissime idee – abbiamo anche ipotizzato di utilizzare Kay Ste. Germaine nei pomeriggi per servire gli adulti – al momento ci sono talmente tante persone senza membra che dobbiamo capire come poterli aiutare ed il nostro centro potrebbe essere il posto giusto per aiutare queste persone – bambini e adulti.

Per il momento l’unica cosa della quale abbiamo bisogno è che la terra si fermi. Abbiamo la necessità di trovare un modo per dormire perché siamo tutti molto stanchi e stressati. Dobbiamo cercare un modo per fare i conti con le nostre perdite – e abbiamo perso davvero molto. Abbiamo la necessità di sederci senza tremare, farci una doccia senza aver paura che l’edificio ci crolli addosso, così come è crollato addosso alle nostre amiche Erin e Molly. Quindi, una volta che termineranno le scosse, potremmo muoverci. Ma fino ad allora continueremo a vivere sotto stress.

Possa Dio garantire un eterno riposo a coloro che hanno perso le loro vite. Possa Dio proteggere tutti noi che siamo sopravvissuti e possa Dio avere cura di tutti coloro che stanno soffrendo.

Gena Heraty