Diamoci una mano, prendendoci per mano: Gianna, Arianna e Jessica raccontano la loro esperienza in Haiti

Il gruppo di volontari italiani partito a dicembre per svolgere un campus di volontariato presso le Case NPH in Haiti, al rientro in Italia racconta le proprie emozioni:

Mi ritengo una persona molto fortunata perché nella mia vita ho incontrato tantissime persone eccezionali; questa esperienza ad Haiti ha allungato di molto la lista!
I sentimenti che ho nel cuore sono tanti e faccio fatica ad esprimerli tutti, anche perché mi ritengo una persona portata a fare, più che a parlare.
Questi angeli che aiutano P.Rick nella sua missione di aiuto alla popolazione haitiana sono incredibili: pieni di motivazione, forza, coraggio, tanto amore e…semplicità. Il lavoro sul campo completa l’azione di N.P.H. in modo esemplare!

Sono partita senza alcuna aspettativa, come mio solito; l’operosità e l’efficienza di tutte le persone che dedicano la loro vita ad un’ottima causa con un lavoro umile e silenzioso mi hanno incantato!
Certo, se ci lasciamo scoraggiare pensando che per risolvere i problemi di questa gente ci vuol ben altro, non abbiamo capito gli insegnamenti di P. Wasson, o, come diceva Madre Teresa che “Il mare è fatto di tante piccole gocce”.
E’ scandaloso che in un mondo globalizzato non si riesca a far fronte a certe problematiche a livello governativo, ma non possiamo aspettare che la diplomazia si svegli, dobbiamo farlo noi per primi, semplicemente mettendo in atto gli insegnamenti del Vangelo, così come fa ogni
giorno P. Rick: “Curare gli ammalati, vestire gli ignudi, visitare i carcerati, aiutare le vedove e gli orfani […]”. Lui e tutti coloro che lo seguono fanno già parte di quei giusti di cui parla il Vangelo.
Vedere la gioia sui visi dei bimbi ogni volta che ci si prendeva cura di loro riempie il cuore! Per qualche tempo ho potuto tradurre le letterine che scrivono ai loro padrini e vederli dal vivo mi ha molto emozionata; in fondo i loro sogni, le loro speranze sono uguali a quelli dei nostri
figli!OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Camminando invece per Cité Soleil avevo solo un grido che mi saliva in gola: perché loro e non io, qual è la differenza?
Certo, è una lotta contro il tempo, lì la gente muore di malattie che qui sarebbero facilmente curabili, non esiste prevenzione! Allora ben venga l’impegno nascosto di tanti medici e personale infermieristico che dedicano il loro tempo libero a questi sfortunati. E’ bello e assolutamente da lodare l’impegno di N.P.H. a fornire nuove case dai colori allegri che contrastano con il grigiore e lo squallore delle baracche, infondendo così speranza nei cuori.
Ad oggi sono ancora più convinta che sostenere NPH sia un nostro dovere, perché è l’unico modo di aiutare concretamente questa popolazione a crescere; è solo educando le nuove generazioni con progetti concreti che portano loro cultura ed insegnano mestieri (come per
esempio, ma non solo, la sartoria ed il pastificio) che si crea la base per una società migliore, ovviamente rispettando quelli che sono gli usi e i costumi locali. Noi dobbiamo donare con convinzione e generosità, loro ricambiano con la gratitudine e il sorriso che ci apre il cuore.

Grazie N.P.H. per avermi dato l’opportunità di vedere questa realtà dolorosa, ma affrontata con una forza immensa che fa crescere.

Gianna

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Di sicuro è stato prima di tutto un viaggio di scoperte e di esplorazione.

Ho conosciuto Port Au Prince e la sua condizione disperata e degradata. La grande slum, con la cattedrale distrutta, le strade senza asfalto, il traffico congestionato di alcuni momenti, la polvere, i mercati, le baracche ammassate o magari qualche casa colorata e scalcinata che è resistita a metà, il resto è in terra. Crollato.

Ma, passando per strada, ascolti musica sempre, le persone vestono abiti puliti, soprattutto se vanno a Maessa o a Scuola, il cielo è azzurrissmo, ci sono colori forti e vivaci e c’è anche un pò di vento che allevia il solleone, l’estate haitiana. Anche le persone appaiono solari, come la loro estate, e i bimbi si avvicinano, ti parlano e ti chiedono, senza diffidenza. Chiedono a noi, che invece rispondiamo con diffidenza, o paura, almeno all’inizio, di un mondo povero, che sembra altro da noi e non ci appartiene.

Ho conosciuto NPH, i suoi progetti e la Fondazione Francesca Rava. Fino a che punto i progetti di una fondazione possono essere di aiuto o  l’unica via di sopravvivenza. Semplici, ma belli. Come l’ospedale Saint Damien, bianco, ordinato, ornato di giardini verdi, tanta luce e aria. Leggero, nonostante le situazioni pesanti. Saint Damien, con i suoi bimbi malati. Ma sempre bimbi, con la voglia di essere bimbi, di giocare, di avere qualcuno con cui ridere, disegnare i cuori, la luna, gli aeroplani da attaccare al lettino. Bimbi che ti aspettano, che hanno voglia di essere accarezzati, che dopo poche ore imparano a lasciarsi andare e si affidano. Quasi ti cercano con gli occhioni grandi e lucidi, le manine morbide, le menti fresche e intelligenti.

S. non vedeva l’ora di fare canzoncine e balletti in gruppo, A. ti guardava dall’angolino, vicina alla sua mamma ma sperava che tu la prendessi per mano per portarla a giocare, M., con la sua intelligenza,ci batteva tutti al Memory. V., dalla stanza dei bimbi abbandonati, aspettava che una nuova amica la prendesse per mano per andare fuori, a passeggiare nei corridoi, nel giardino, a sbirciare nelle altre stanze, quasi a scoprire che mondo ci fosse oltre la sua stanzetta. E quando ha scoperto com’è bello disegnare, ha colorato tutti i fogli che aveva disposizione, fino a consumare i pennarelli, senza sosta, senza stanchezza. Francesca invece ti guardava seria con gli occhi sgranati. Ancora non ha imparato a sorridere. Chissà se un giorno imparerà. E se andrà a scuola, se avrà amiche e amici, se un giorno avrà un affetto. Chi lo sa…

Ho conosciuto gli orfanatrofi, la Baby House, il Foyer Saint Louis, Kenskoff. Bimbi, ognuno con la sua storia, che imparano a vivere con tanti fratellini e sorelline, con cui dividere giochi, televisione, compiti, stanze, amici, pranzi, cene, merende, vestiti, collanine, affetti. Trasmettono energia e non solitudine.  Giocano e litigano e fanno la lotta, ti saltano in braccio appena ti vedono e aspettano che tu faccia qualche attività con loro o che solo gli parli, o se non sai il creole, pazienza, tanto ti parlano loro o ti sorridono. O giocano a calcio, o al poliziotto, o cantano e vogliono vincere sempre. Bimbi, che sono bimbi, come tutti i bimbi del mondo.

E ho conosciuto una nuova dimensione, quella dei volontari dal mondo, ognuno con il proprio egoismo e la grande generosità, ognuno con la sua lingua e la sua storia diversa, ma tutti per Haiti. A imparare che non comandi tu, ma tu partecipi. Che non emergi, ma il tuo contributo è prezioso. Che lavori con gli altri ma senza ambizioni. Team Spirit. Tanto non comandi tu. Comanda il contesto. E comanda Haiti…

Arianna

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Quest’anno ho deciso di sfruttare al meglio le vacanze di Natale, facendo, per quanto possibile, qualcosa di utile.

Credevo di arrivare ad Haiti con l’idea di dover “dare”, invece, ho per lo più ricevuto! Ho imparato (quasi..) il creolo da gentilissimi professori di 8 anni, i quali mi hanno insegnato a disegnare degli avion che non sembrassero dei pesci, Pa Noel che non somigliassero a Befane, giocato, fatto scherzetti e riso tanto (forse si sono divertiti più loro prendendomi in giro per il mio creolo improvvisato J) Non credevo fosse possibile divertirsi tanto con così poco..
Due settimane trascorse tra piccoli e forti abbracci, manine appiccicose e bacini tenerissimi… Troppo poco tempo per emozioni così forti!
L’ultimo giorno, durante la festa di Natale, circondata da quegli adorabili furbetti, ho capito cosa fosse la vera felicità.
Sono tornata arricchita, con i veri valori della vita ben impressi, ho dato, ma soprattutto ricevuto, tantissimo affetto.
L’opera di N.P.H. è davvero notevole: già dall’aereo spiccano le casette colorate in muratura che vengono costruite in sostituzione alle baracche di Cité Soleil.
Il loro impegno non si riflette solo sui bimbi ma anche sugli adulti: Francisville, la città mestieri, da svariate opportunità agli abitanti, insegnando loro lavori di carpenteria, edili, ecc…inoltre, garantisce pane, pasta ed il super proteico burro d’arachidi, a tutti i bambini dell’orfanotrofio e, con dei container dislocati per la città, a tutti gli abitanti. La sartoria cuce divise impeccabili agli studenti dell’orfanotrofio e delle Scuole di strada, non ho mai visto scolari così ben vestiti ed acconciati! Sono incredibilmente perfetti!

L’ospedale pediatrico Saint Damien dispone di macchinari all’avanguardia, tanto efficienti quanto bisognosi di manutenzioni, ed infine Villa Francesca, una struttura accogliente che ospita volontari da tutto il mondo!

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È stato però visitando la città che abbiamo compreso la vera importanza di NPH: c’è un abisso tra le condizioni dei bimbi di città/ baraccopoli e quelli degli orfanotrofi: bambini che vivono in strutture di mattoni, con acqua corrente e fognature, due pasti assicurati ogni giorno, che ricevono cure ed attenzione, contro altri che passano le giornate in baracche di lamiera e teli mezzi bruciacchiati, giocano per le strade scalzi, calpestando ogni genere di immondizia, senza sapere quando potranno mangiare la prossima volta e senza la possibilità di un’istruzione sicura. Bambini i cui volti si illuminano con sorrisi ridondanti di felicità per un cracker.
Il contrasto tra la povertà desolante in cui vivono, ed i loro stupendi sorrisi, ti strappa il cuore. Il vero problema, che spesso dimentichiamo, è che l’80% del mondo si trova nelle stesse disumane condizioni. C’è ancora molto da fare e, con l’aiuto di tutti e l’esempio del lavoro svolto fino ad ora dalla Fondazione Francesca Rava, sono certa che riusciremo a migliorare la situazione di altre migliaia di persone!

Jessica

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