“COME UNA CULLA” di Giuseppina Persico

I gesti che costellano la quotidianità dell’assistenza Ostetrica, talvolta ridotti a semplice atto tecnico, racchiudono e portano con sé, nel loro stesso nome, profondi significati che sollecitano il pensiero, arricchendo la riflessione di nuove sfumature. Ogni qualvolta mi accingo ad effettuare un’esplorazione vaginale, subito dopo la rottura del sacco amniotico, mi soffermo a riflettere sul fatto che, proprio in quel momento e proprio attraverso il tocco delle mie dita, che scivolano sulla sua testa, seguendo le suture e cercando le fontanelle, quel bambino scopre, per la prima volta, cosa voglia dire sentirsi toccare da un altro, sentire la propria pelle sfiorata da “qualcosa” che non appartiene a sé, incontrare il tocco di dita diverse dalle proprie. E’ sorprendente pensare che, in quel preciso istante, la mia mano, le mie dita, diventano, ad un tempo, occasione d’incontro e strumento di comunicazione e relazione. E come non chiedersi cosa può “pensare” e sentire, quel bambino, protetto dal soffice, avvolgente, calore dell’utero materno, nel trovarsi “a tu per tu” con quelle dita che entrano nel suo Regno, segreto e misterioso, offrendogli una via diretta all’incontro con l’Universo di fuori.

E’ come se, in quel preciso momento, io diventassi un ambasciatore: l’ambasciatore del Mondo in cui, quel bambino sta affacciandosi e già in quell’istante, prima ancora che i suoi occhi abbiano incontrato la luce, prima che i suoi polmoni vengano percorsi dal fluire dell’aria che ne allarga gli alveoli, le mie dita lo “accolgono al Mondo”. E d’un tratto si rafforza la consapevolezza di quanto grandi siano la responsabilità ed il privilegio a cui sono chiamata, per il fatto stesso di essere Ostetrica, condividendo l’attesa delle madri e testimoniando il rinnovarsi del Mistero che sempre accompagna la Nascita, a dispetto di tutto e di tutti. Come l’anno scorso ad Haiti, quando mi sono trovata immersa nella desolante distruzione di un Paese, dove il terremoto sembrava essersi sadicamente divertito a far crollare, con un soffio, gli ammassi di tuguri in cui si snocciolavano le storie di milioni di uomini, donne e, soprattutto bambini, quasi si trattasse di un gigantesco castello di carte. Di fronte a quella immane tragedia, non si poteva restare indifferenti, come spettatori che guardano scorrere le immagini dei notiziari all’ora di cena, così avevo offerto il mio tempo ed il sapere delle mie mani. Sono bastate poche ore di aereo per ritrovarmi catapultata in una realtà lontana anni luce, dove la Vita ti viene incontro con tutta la sua forza, irrompe e ti avvolge nella sua cruda essenza: la Vita e la Morte camminano assieme, tenendosi per mano, sul ciglio di ogni Storia Umana, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma forse, dopotutto, lo è davvero.  Eppure, questa consapevolezza non spaventa, anzi, paradossalmente, sembra rendere tutto più reale e più vero, a cominciare dal tuo Sguardo d’Uomo che incontra quello dell’Altro, per accompagnarlo e, se possibile, medicarlo. Lo Sguardo che assiste diventa, allora, capace di abbracciare, ma anche di lasciarsi abbracciare. Così, solo così, la vicinanza diventa, essa stessa strumento di cura, più forte perché, forse, meno conosciuto.

Quella mattina ero salita, come sempre, in Sala Parto e stavo cominciando le visite post-natali alle puerpere dimesse la settimana precedente, quando si è affacciata alla porta una giovane donna, esile e dall’aspetto sofferente: indossava un cappello di velluto nero e sembrava quasi una bambina. Benette, così si chiamava, era alla 25° settimana di gravidanza e disse che, dal giorno prima, aveva forti dolori, ma viveva lontano, sulla collina, e fino a quella mattina non era riuscita a trovare nessuno che potesse accompagnarla lì, all’ospedale di N.P.H. (n.d.a.: Nuestros Pequenos Hermanos) perché, come in tutti i Paesi “del sud del mondo”, anche ad Haiti l’assistenza sanitaria pubblica è un lusso che spesso la gente non può permettersi di “pagare”. La diagnosi non è stata difficile: grave minaccia di parto prematuro. Purtroppo però, le incubatrici e le culle termiche della stanza adibita a neonatologia erano già tutte occupate da bambini nati nei giorni precedenti, infatti l’incidenza dei parti prematuri era aumentata, come conseguenza del trauma subito dalle madri col terremoto. Dopo aver aiutato Benette a sdraiarsi in uno dei letti della Sala Parto, la visitai, per valutare le modificazioni del collo uterino, che trovai già dilatato 3 cm e, mentre facevo scorrere le dita sulla testa del suo bambino, seguendo le suture e cercando le fontanelle, dentro di me pensavo che venticinque settimane di gravidanza erano davvero troppo poche perchè un bambino, venuto alla luce in quel Paese ed in quelle circostanze avesse qualche possibilità di farcela.  Dopo aver parlato col ginecologo haitiano, spiegai a Benette che le avrei somministrato la terapia per stimolare la maturazione polmonare del suo bambino e quella tocolitica per tentare di bloccare le contrazioni o, per lo meno, di ridurne la frequenza. Poi restai lì, con lei, in un’attesa silenziosa, fatta di sguardi più che di parole, io facendo il tifo per quel piccolo bimbo haitiano e lei, la mamma quasi bambina, che indossava un buffo cappello di velluto e che m’interrogava con gli occhi. Poco alla volta le contrazioni si sono allontanate ed ogni minuto che passava lasciava scivolare un granello di più nella clessidra del tempo, quel tempo che occorreva perché la terapia di maturazione polmonare facesse effetto. Le ore scorrevano silenziose, benché avvolte dall’intensa e rumorosa attività della Sala Parto, finchè, nel tardo pomeriggio, le contrazioni aumentarono di frequenza e Benette mi disse, in francese, che “aveva male in basso”. Fu questione di un attimo, appena il tempo di infilare i guanti sterili: Benette fece una spinta ed il suo bambino scivolò nel mondo, fra le mie mani, come in una culla. Ancora una volta il mio sguardo si chinava sul Mistero della Vita che nasce e, mentre lo asciugavo, lo guardai meglio e mi accorsi che, in realtà il bambino di Benette era una bimba, il che rappresentava un elemento decisamente importante perché le bambine, si sa, hanno “una marcia in più” ed, in effetti, quella piccolissima bimba che stava tutta nel palmo di una mano, non tardò molto a far sentire la sua piccola voce, segno che i suoi polmoni stavano cominciando a respirare. Guardai Benette, che indossava ancora il suo cappello di velluto, le sorrisi per rassicurarla, poi avvicinai la bambina al viso di sua madre, solo un attimo, giusto il tempo di uno sguardo e di un bacio, prima di adagiarla sul lettino dove la pediatra, sopraggiunta nel frattempo, la visitò. Per quanto fosse stato chiaro fin da subito che quella bimba aveva una grandissima voglia di vivere, era assolutamente necessario proteggerla in un luogo caldo e sostenerla nella respirazione con l’ossigeno, così l’avvolgemmo in una salviettina di spugna e, con quel fagottino fra le braccia andai in neonatologia insieme alla pediatra. In un attimo, ci trovammo a trasformare un lettino in un’incubatrice decisamente artigianale, con l’aiuto di un termoforo come fonte di calore e dei baffetti per l’ossigenoterapia, semplicemente appoggiati vicino alla bimba per aiutarla nella respirazione, in mancanza della Ventilazione Meccanica Continua a Pressione Positiva (C-PAP). La bambina di Benette continuò a sorprenderci, anche nei giorni successivi, con la sua incredibile voglia di vivere, continuando a respirare da sola e succhiando il latte che le davamo con una siringa: succhiava con tale forza che lo stantuffo scendeva da solo! E la sua mamma stava accanto a lei tutto il giorno ma, spesso anche la notte, seduta su una sedia, accanto al lettino, cullandola con lo sguardo e, con la sua presenza silenziosa, sembrava alimentare la forza della sua bambina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...