La delegazione di Ernst & Young visita i progetti della Fondazione in Haiti: i ricordi di viaggio di Paolo, Franco, Patrizia, Roberto, Andrea e Cristina che hanno ritrovato gli amici haitiani formati in Italia lo scorso luglio

Paolo Dambruoso, Franco Liso, Patrizia Mafrica, Roberto Raccanelli, Andrea Villa e Cristina Pauna, sono i delegati di Ernst & Young che dal 15 al 20 novembre sono stati ad Haiti in rappresentanza della società di consulenza professionale con la quale la Fondazione ha avviato un programma di formazione dei ragazzi di Padre Rick, molti dei quali cresciuti nel nostro orfanotrofio, che ricoprono già posizioni di responsabilità e costituiscono il futuro nel management dei progetti umanitari di NPH sull’isola, che da lavoro a 1600 haitiani.

Il progetto è stato avviato lo scorso Natale e si è concretizzato nel corso di formazione amministrativa e gestionale che a luglio ha visto protagonisti Roseline, Augusnel, Johnny, Yvon, Joanna, Lucienne e Ylioner. Per i ragazzi di Ernst & Young sono state giornate intense, sia per il programma inarrestabile ma soprattutto per le forti emozioni che l’incontro con la realtà haitiana suscita, soprattutto in chi la sperimenta per la prima volta.

 Nei tre giorni di permanenza a Tabarre i ragazzi hanno potuto visitare con attenzione le strutture principali di Fondazione Rava – N.P.H. ‘Abbiamo trovato una realtà d’eccellenza, gestita in modo serio ed altamente professionale, in un contesto che definire difficile è assolutamente limitativo – sottolinea Roberto – Il lavoro fatto dalla Fondazione è encomiabile e merita tutto il nostro appoggio e sostegno: questo perché le iniziative non sono un’accozzaglia di progetti senza filo conduttore, ma tante iniziative inserite in un disegno ben preciso: quello di aiutare bambini e giovani, accompagnarli nella crescita ed infine renderli indipendenti’.

 Per Andrea ‘L’Ospedale pediatrico Saint Damien come struttura è quello che più si avvicina alla nostra abituale concezione di cura, e questo già di per sé è sufficiente a destare stupore. Le immagini toccanti impresse nella mia mente sono legate alla fragilità dei corpicini dei neonati, che prescinde dal luogo e tempo in cui si trovavano. Ciò che contraddistingue la situazione di quel particolare contesto è invece la giovane età delle madri e la loro frequente solitudine nella maternità. Il centro di riabilitazione Casa dei Piccoli Angeli è invece un piccolo grande miracolo. In un contesto di emergenza e devastazione assoluta esiste un luogo dove anche le persone più deboli ed in difficoltà, vengono assistite con dignità, amore ed impegno per fare emergere le loro abilità. L’accoglienza ricevuta è stata incredibile nella sua spontaneità. Nella visita al centro per il colera e altre malattie infettive Santa Filomena, mi ha stupito lo sforzo compiuto con successo dagli assistenti e medici per mantenere ordine. Con un po’ di disagio per la veste di “intruso”, ma con molto rispetto, ho attraversato le varie corsie riservate ad adulti prima, e bambini dopo. Le immagini raccolte resteranno conservate nella mia memoria’.

Particolarmente significativa per il gruppo è stata la visita a Francisville, il viaggio è stato infatti anche occasione per apporre la targa di Ernst & Young sugli uffici amministrativi allestiti con il sostegno di Ernst & Young. Come sottolinea Patrizia ‘Francisville  rappresenta  in modo significativo la chiave di volta per guardare avanti; il complesso racchiude un insieme di laboratori  dove vengono prodotti beni di consumo e servizi di prima necessità per gli orfanotrofi, gli ospedali e le famiglie povere. I ragazzi hanno l’opportunità di imparare un lavoro. Nella città dei mestieri lo sguardo è rivolto al futuro, qui è possibile aiutare coloro che crescono in orfanotrofio offrendo una prospettiva di lavoro e di autosostegno. Visitiamo i capannoni dove sono attive e funzionanti una panetteria, un pastificio, una fabbrica di mattoni, un’officina di riparazione automezzi, una copisteria e una sartoria che si occupa di confezionare le divise per le scuole e per gli stessi laboratori. Ed infine vediamo concretizzarsi il nostro contributo perché finalmente visitiamo l’ ufficio amministrativo Ernst & Young! Abbiamo l’onore di assistere all’apposizione della targa che convalida l’impegno assunto con gli studenti  ospitati a luglio e ci sentiamo testimoni di un progetto ambizioso che vede emergere l’opportunità di investire sui ragazzi , attraverso un piano di formazione.

La città dei mestieri rallegra i nostri animi e ci sentiamo molto fortunati perché abbiamo un altro onore, quello di poter inaugurare in compagnia di altri ospiti volontari e donatori, il nuovo ristorante di Francisville. Restiamo deliziati dall’impegno e dalla dedizione di Ernesto, uno chef milanese che si occuperà, in poche settimane, di trasferire i segreti della sua cucina ai ragazzi impegnati nel progetto. Ernesto, come altri italiani volontari della Fondazione qui ad Haiti offre il suo aiuto, condivide con noi parecchi passaggi di questo percorso e siamo felici di averlo al nostro fianco’.

Per tutti è molto duro l’impatto con la capitale ‘Il primo impatto con Port au Prince lascia senza fiato, destabilizza – è la sensazione di Andrea – L’anarchia che regna sulle strade, i colori e disegni dei tap-tap, i rumori degli obsoleti (ed ammaccati) mezzi in circolazione, la polvere, i gas di scarico. Lungo le strade principali si estendono interminabili tendopoli fatte di tutto fuorché di tende, il centro tramortisce e stupisce. L’innumerevole gente riversata sulle strade, attorno, i segni del terremoto ben visibili, spazzatura e acqua sporca ovunque, negozi ed attività chiuse. La gente, in un’atmosfera assolutamente caotica, siede ai bordi delle strade ed espone le sue merci in vendita. Talvolta prodotti agricoli (non tutti ancora commestibili alla vista), improbabili prodotti riciclati, chincaglierie o vestiti. Dai finestrini del nostro furgoncino osservo alcuni ragazzi, praticamente immobili sulle macerie di palazzi crollati da tempo, senza speranza, senza occupazione. Un giovane osserva da dietro delle grate di una baracca, che definire catapecchia sarebbe stato utopistico. La cupola cadente del palazzo reale ed i pochi ma imponenti danneggiati muri della cattedrale, rimasti in piedi per sorreggere solo il cielo non hanno fatto altro che acuire in me tale sensazione. Proseguendo nel nostro viaggio urbano, ad ogni fermata venivamo attorniati dai venditori ambulanti. Non nascondo il sorriso amaro nel vedere che per pochi dollari contrattati con poco piglio i venditori erano disposti a rischiare la vita in mezzo al traffico per  rincorrere il nostro camioncino e consegnarci qualche bottiglia ghiacciata di Coca’.

Paolo è colpito soprattutto dalla forza e dall’impegno degli haitiani più giovani ‘Le scuole sorte nella zona di Tabarre, come quella di APJ che riunisce gli attori di Hollywood che sostengono Padre Rick, fanno impressione per la forza emotiva, il sorriso e la serenità di tantissimi ragazzi: classi pienissime con tanta voglia di studiare, di comprendere il proprio paese ed il mondo, di porre le basi per un futuro diverso da quello delle generazioni passate. Leggendo sui volti dei ragazzi l’interesse allo studio il pensiero va allo spirito vissuto in molte scuole italiane, in cui manca la stessa carica emotiva e forza d’animo presente ad Haiti. Anche l’orfanotrofio di Kenscoff mi ha colpito molto: il luogo, situato in montagna con temperature più miti rispetto alla “bollente” Port au Prince, aiuta la crescita e la formazione di circa 400 orfani (più tanti altri bambini della comunità circostante), fino ai 15 anni di età, garantendo cibo, istruzione ed affetto di tante persone che operano all’interno della struttura’.  Un clima sottolineato anche da Roberto: ‘A questi ragazzi dovremmo guardare con ammirazione: la forza d’animo di ripartire con la ricostruzione e le attività quotidiane dopo il terremoto in cui tutti loro hanno perso amici, familiari, abitazione e beni personali, è stato un eccezionale insegnamento per contestualizzare meglio i nostri problemi quotidiani, spesso trattati alla stregua di tragedie epiche senza un reale fondamento’.

Durante la nostra visita a Citee Soleil finalmente conosciamo Padre Richard Frechette, direttore di NPH Haiti , sacerdote e medico chirurgo. Un incontro chiave per tutti noi – parla Patrizia per tutti – Restiamo colpiti da quest’uomo straordinario, dotato di un carisma travolgente, in grado di trasmetterci in pochi istanti la passione che da oltre 20 anni lo spinge a dedicarsi in prima persona alla causa haitiana e non solo. Un uomo che non si risparmia , fra mille attività ed iniziative è stato in grado di realizzare  enormi progetti grazie alla sua determinazione e alla speranza sempre viva di lottare contro la miseria  investendo sulle persone. Come una calamita cattura le nostre menti attraverso i suoi racconti, la passione che lo anima è contagiosa. Lo osserviamo con noi a bordo del pick-up che ci accompagnerà verso la visita del progetto Fors Lakay e, incrociando gli sguardi di chi è per strada,  notiamo subito che è davvero molto amato da tutti,e non è difficile comprenderne i motivi. Fors Lakay è un’altro progetto della Fondazione che guarda al futuro e prevede la costruzione di un complesso di abitazioni e di servizi per ospitare e offrire lavoro alla comunità che ora occupa le centinaia di slum della zona . Le casette colorate, sono in fase di costruzione ma già rallegrano il panorama e contrastano con il degrado che vediamo lungo l’orizzonte. Speriamo possano un giorno rimpiazzare l’intera zona’.

Ma l’esperienza più intensa e dura per tutti è stata senz’altro la mattina trascorsa alla Morgue (obitorio di Port au Prince) che Franco prova – difficilissimo compito – a raccontare ‘La mattina saliamo tutti su un furgone e ci dirigiamo verso il centro città dove è situato l’obitorio. Ci raggiungono anche altri ragazzi, per loro non e’ la prima volta ma comunque si vede che sono tesi, ci danno un camice bianco e dei guanti in plastica. Le bandane portate dall’Italia servono a coprirci il viso, entriamo all’obitorio e nel silenzio più totale si apre la cella, che non è refrigerata. Impossibile descrivere ciò che ho visto, decine e decine di persone dimenticate da tutti e noi siamo lì a ridare loro un minimo di dignità. Tutti i ragazzi di padre Rick iniziano a cantare a ritmo caraibico per esorcizzare la morte e accompagnare i corpi fuori dal quel posto. Per i  primi 10/15 min. sono immobile e guardandomi intorno cerco di capire cosa sta succedendo,  ho le lacrime agli occhi, a turno ci guardiamo e con gesti di intesa ci diciamo che va tutto bene. L’odore acre di quel posto ormai è attaccato ai nostri indumenti. I successivi minuti li passo a chiudere tutti quei corpi in sudari. Un camion è ormai pieno e parte per la collina fuori Port au Prince dove sono già state scavate le fosse, noi saliamo sull’altro furgone e lo seguiamo. Finalmente un funerale rida la pace eterna a tutti i corpi. Che mattinata, questa esperienza rimarrà dentro di me a vita’.

Potremmo scrivere pagine e pagine, e credo di poter parlare per tutti,  perché i tre giorni trascorsi ad Haiti valgono un’intera esistenza – aggiunge Cristina, che ha coordinato il progetto in Ernst & Young – E’ stata un’esperienza dirompente, ho provato tristezza e gioia assoluti contemporaneamente, sono passata dallo sconcerto alla sorpresa, ho provato una rabbia e un dolore che pensavo appartenessero ad un’epoca ed un mondo che non sono i miei. Ma su tutti questi sentimenti contrastanti prevalgono la forza e la fiducia che Padre Rick e i ragazzi che lavorano con lui riescono a trasmettere in ogni momento, in situazioni dove la parola speranza sembrerebbe bandita. Incontrare nuovamente Augusnel, Johane, Ylioner, Rosaline, Johnny, Yvon e Lucienne nella loro normalità, impegnati nel far risalire un paese intero da un precipizio apparentemente senza fondo è stata la gioia più grande. La loro energia ci dice che, un piccolo passo dietro l’altro, si possono fare cose straordinarie. E vedere – e sentire perché ce lo hanno detto in tanti  –  che la nostra organizzazione e tutti noi che ne facciamo parte li sta aiutando concretamente a fare uno di questi piccolissimi passi, ci ha dato una carica speciale’.

 

‘Questo viaggio è stata una tappa importante della nostra collaborazione con Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia – conclude Donato Iacovone Ernst & Young Mediterranean Managing Partner – provo molta soddisfazione al pensiero che i nostri giovani professionisti abbiano incontrato una realtà in grande difficoltà ma ricca di entusiasmo e di persone capaci e che abbiamo contribuito anche noi ad arricchire professionalmente. I racconti e le emozioni che ci hanno riportato costringono tutti noi a fare riflessioni importanti, e confermano la validità e il valore del progetto che stiamo sviluppando insieme.’