COLERA, NOI CONTINUIAMO A LAVORARE SENZA SOSTA.

Secondo i dati ufficiali, il colera da ottobre 2010 a marzo 2011 ha provocato 4.600 vittime e 250.00 contagiati: dati sottostimati che non tengono conto dei morti senza assistenza nelle proprie case e nei villaggi isolati. Da epidemico, il colera è diventato ormai endemico; data l’imminenza della stagione delle piogge, la scarsità di acqua potabile e le terribili condizioni igieniche in cui vivono ancora 1 milione di persone, secondo alcuni ricercatori entro la fine dell’anno i casi saranno almeno 750.000 con 11.000 morti.

Il Centro di Reidratazione Santa Filomena- Dicembre 2010

Al centro di reidratazione Santa Filomena allestito da novembre accanto al Saint Damien, grazie al generoso aiuto di tanti donatori italiani, in 3 mesi Padre Rick e il suo staff hanno salvato oltre 4.000 bambini, donne incinte, adulti, grazie anche alla preziosa assistenza di oltre 30 medici e infermieri volontari della Fondazione giunti da numerosi ospedali italiani.

Le tende del Centro Reidratazione Santa Filomena- Dicembre 2010

Ancora oggi arrivano una media di 20 pazienti al giorno, molti dei quali non sono solo infetti, ma anche sofferenti per altre patologie, traumi, o donne incinte, rifiutati altrove per timore del contagio. Si è reso necessario quindi creare una struttura dedicata che in modo permanente offra assistenza multipla. Padre Rick ha per questo trasformato l’iniziale centro di reidratazione, realizzato con prefabbricati e tende,  in un “Permanent disaster center”, appena aperto, che include: il preesistente centro di reidratazione colera; un “trauma wing” con digital x ray; terapia intensiva; banca del sangue; 2 sale operatorie (in costruzione). Il centro sarà anche presidio sanitario per nuove emergenze quali terremoti, inondazioni ed uragani, incendi e problemi di ordine pubblico, accoglierà pazienti sofferenti per il colera e per altre malattie infettive.
 

 

Costruzione Permanent Disaster Center-Gennaio 2011

 

  

  

  

  

  

  

 

 

 

Il centro in allestimento - Febbraio 2011

 

 

Numero solidale emergenza colera attivo dal 10 al 24 gennaio 2011: grazie…

…a TIM, Vodafone, 3, Wind, Fastweb, CoopVoce, Telecom Italia; ai testimonial della Fondazione Andrea Bocelli, Raoul Bova, Martina Colombari, Andrea Pellizzari, Paola Turci; agli amici dei bambini di Haiti Belen Rodriguez, Luca Barbarossa, Giovanni Vernia per il loro appello; alla collaborazione di Piccolo Fratello Fondazione Mediolanum; ai media che hanno donato i loro spazi; consentendoci  di raccogliere circa 700.000 euro che sono stati impiegati  per sostenere:

 1. decine di missioni nelle province del nord  nei villaggi isolati in soccorso alle strutture locali e a quanti non riescono a giungere ai punti di soccorso;
2. l’allestimento del centro reidratazione Santa Filomena passato in poche settimane da 3 tende a 6 tende e 17 prefabbrcati.
3. invio di 30 medici volontari dall’Italia in 3 mesi per garantire assistenza giorno e notte
4. allestimento del presidio sanitario “Permanent disaster center” con 180 posti letto e 1400 metri quadrati di superficie, realizzato con manodopera locale dando così lavoro a decine di ragazzi
5. prevenzione: distribuzione di acqua potabile negli slums (sino a 136.000 litri d’acqua al giorno); insegnamento di corrette abitudini igieniche ai 7.000 bambini delle scuole di strada N.P.H.;
6. crematorio del Saint Damien continuamente attivo per chi arriva ormai troppo tardi (anche i cadaveri sono contagiosi) e una sepoltura dignitosa per chi è troppo povero per permettersi un funerale.
 

 

I pazienti trasferiti dalle tende alla nuova struttura-Marzo 2011

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

  

 

La testimonianza di Giangiacomo Nicolini e del suo team da Belluno, appena tornati da Haiti dopo la missione come volontari della Fondazione al centro colera

 

Avevo conosciuto  Haiti per la prima volta un anno fa, quando dopo il terremoto del 12 gennaio la Fondazione Francesca Rava aveva cercato medici per gestire l’emergenza ed avevo lavorato nelle cliniche mobili e all’Ospedale Saint Damien, dove ci si prende cura  di centinaia di piccoli pazienti.
Quest’anno non sono partito da solo, perché alla notizia della nuova emergenza colera, anche Marilisa, Monica e Manola, infermiere del reparto di Pediatria di Belluno dove lavoro anch’io, hanno risposto con entusiasmo. Siamo dunque partiti, con i nostri monti ancora ricoperti di neve, con lo scopo di vivere  per due settimane nell’Ospedale Santa Filomena, nuova struttura  fortemente voluta da padre Rick Frechette per gestire il nuovo flagello abbattutosi su quest’isola già di per sé devastata dalla povertà.  Al nostro arrivo  polvere, confusione estrema, traffico intenso con auto che parevano guidate da autisti che ne avevano perso il controllo, immondizia abbandonata lungo la strada, e a volte bruciata per fare spazio a nuova spazzatura, i lunghi canali di fogne a cielo aperto, sicuramente concausa dell’epidemia colerica, e baraccopoli, tendopoli solamente aumentate di numero rispetto ad un anno fa, costruite con materiale sempre più di fortuna; a volte contrasto, con poche ed isolate nuove costruzioni, perlopiù di compagnie telefoniche e di coloro i quali sono riusciti a darsi da fare per tentare di ricostruire qualcosa. Altrimenti case ancora diroccate, e bancarelle dove si continua a vendere il materiale più improbabile, ai bordi di strade dove anche  cani smunti e tristi sembrano cercare scampo dalla frenesia del traffico.
Tabarre, Ospedale Saint Damien. Le tende, lasciate un anno fa dalla Protezione Civile dopo il lungo lavoro svolto dopo il terremoto, sono diventate il nostro alloggio. Su un muro dell’Ospedale i nomi di chi non c’è più, unici segni che ricordano il disastro di un anno fa. Qualche vetrata nuova, ancora da dipingere nella chiesa dove ogni mattina padre Rick, corpo ed anima di tutto questo, celebra la messa che dà carica e significato ad ogni nuova giornata, accompagnato dai canti che la voce meravigliosa di Ester innalza a Dio, spesso per accompagnare l’ultimo saluto di chi ha appena terminato il cammino terreno.
Santa Filomena. Le tende, organizzate immediatamente all’inizio dell’epidemia, sono state sostituite da una struttura ben costruita ed in crescita giorno dopo giorno, ove al momento possono trovare ricovero più di un centinaio di pazienti con il colera, adulti e bambini, disposti in letti affiancati e divisi quasi in corsie, oltre ad una specie di pronto soccorso – terapia semintensiva per persone con ogni tipo di patologia urgente.


Nelle corsie del Santa Filomena, i nostri sguardi si incrociavano, cercando risposte a domande difficili anche solo da porsi, mentre correvamo da una parte all’altra, per riuscire a cambiare in fretta le infusioni di liquidi somministrati con continuità e rapidità; per accogliere nuovi pazienti, che giungevano continuamente ridotti a pelle e ossa da una patologia che fa perdere fino a 20 litri di acqua al giorno, con occhi infossati in orbite vuote e pance scavate; per dimettere i pazienti più stabili e cercare di cogliere i loro sguardi di sommessa gratitudine, mentre i nostri sguardi già correvano nelle stanze di pronto soccorso rivolti verso  quella donna con la polmonite, o quell’uomo con la crisi ipertensiva, o quel ragazzo che a causa di una  convulsione era caduto nel fuoco procurandosi una grave ustione, non medicata per giorni tanto da essersi infettata con larve biancastre quasi ormai diventate mosche; sguardi preoccupati per quell’anziano che non riusciva più a mangiare e parlare a causa del tetano, soffermandoci di tanto in tanto sugli occhi di bambino di Belony, trovato in coma dopo una caduta ed ulteriore miracolo ad Haiti, rimasto in una emergency room per nove giorni e  tornato a casa camminando e sorridendo. Surreale ed incredibile, in un luogo dove riesce a convivere l’idea di una patologia in cui fondamentale sarebbe il lavaggio delle mani per interromperne la trasmissibilità e l’assenza di acqua e lavabi per poterlo fare, dove una emergency room che vorremmo asettica è separata solo da una tenda dal contagio del colera.


Eppure c’era un momento in cui ci fermavamo, almeno per qualche minuto, almeno una volta al giorno. La morte.  Nel nostro usuale lavoro di cura del malato, in Italia, non siamo abituati all’idea che la morte diventi esperienza quotidiana e normale evento del ciclo vitale. Ogni giorno, ad Haiti, abbiamo accompagnato uomini e donne nei loro ultimi passi e respiri. Abbiamo visto occhi spalancarsi e poi spegnersi, abbiamo cercato di ascoltare ed accogliere, a volte,  anche un concetto di medicina che ci insegna a non voler curare ad ogni costo, ma a prenderci però cura fino all’ultimo istante. Istante in cui i polsi vengono legati con un laccio, e poi gli alluci, infine il capo, e del cotone viene inserito nelle narici e nelle bocche dei corpi esanimi. Un ultimo gesto, per chi ha la fortuna di non venire abbandonato. Corpi abbandonati. Abbiamo vissuto l’esperienza della Morgue, l’obitorio dell’Ospedale generale dove ogni giovedì padre Rick, insieme ai suoi splendidi ragazzi, va a raccogliere corpi a volte in putrefazione lasciati  scomposti come burattini  e deposti uno sull’altro. Tutti i sensi vengono colpiti e messi a dura prova in ogni loro più intimo  aspetto, fino a quando la sofferenza lascia il posto al canto a Dio, all’emozione di chi prova a ridare dignità a corpi rimasti solo vuoti involucri di un’anima volata via.
Ancora Santa Filomena. La forza di fare cose che usualmente non faremmo a casa nostra. Gli sguardi di persone che non conoscono la nostra lingua, con cui comunque intendersi perfettamente, le richieste non fatte da parte di chi, coperto da vomito ed escrementi, ti sorride, stanco, quando si ritrova pulito e accudito amorevolmente. La collaborazione continua con il personale haitiano e la nostra intesa, sempre più crescente tanto da condividere ogni sera le esperienze di gioia e dolore che hanno segnato i nostri animi. Il non sentirsi mai soli, il lavorare fianco a fianco con padre Rick e Conan, l’essere stati parte di loro, che riuscivano ad esserci sempre, nei momenti in cui ci sembrava di non farcela. Gli angeli custodi esistono.

Giangiacomo, Marilisa, Monica e Manola