La testimonianza di Giuseppe Riitano, chirurgo salernitano-mantovano, tornato in Haiti per il terremoto dopo mesi come volontario per l’avvio delle sale operatorie al Saint Damien

I numeri spesso non sono concreti. Quando si superano certe dimensioni la mente non li segue, non riesce a creare immagini. Siamo partiti per Haiti sapendo di 200.000 / 300.000 vittime; non inizia neanche un processo di rassegnazione perché non sai cosa resta delle cose, della gente, dell’umanità che conosci e che hai lasciato da pochi mesi.  Nel 2009 abbiamo aperto la sala operatoria in Saint Damien, sono stato a Port au Prince per molti mesi di seguito, abbastanza per conoscere dettagli, dettagli delle strade, dettagli dell’ ospedale, della vita quotidiana, abbastanza per riconoscere i visi di gente che pure è estranea al tuo mondo. Dopo un po’ di mesi ti senti un po’a casa tua anche perché sai cosa c’è nell’ultimo scaffale del grande deposito della chirurgia, perché sapresti come procuranti una scheda telefonica a mezzanotte, perché conosci l’età della figlia di Nirva e mille e mille altre cose che inavvertitamente hanno riempito le tue giornate.


Dopo 14 ore di pulman siamo al Saint Damien, vado a rivedere Julien e Villaire: sono in sala operatoria, stanchi ma consapevoli della loro grande utilità; ci raggiunge anche Nirva che è in farmacia: non sono gli unici ad aver trascorso mesi in Italia per seguire corsi di formazione professionale, ma con loro ho lavorato per mesi e per mesi li ho sentiti e visti anche la domenica; il rapporto è forte perché c’è una responsabilità reciproca; la tragedia li ha sfiorati, poi mi parlano del fratello di Erin, di John,  di Claude: non ci sono più….
Non c’è più niente da conoscere e da capire ma l’ansia non molla, si trasforma  in un sentimento più sordo e pacato quasi un senso di colpa, la colpa di chi è stato lì prima, di chi lì ha fatto qualche progetto e forse ha dato qualche lezione, di chi ha cercato di semplificare quella realtà per giocare un ruolo importante.


Dai Camilliani,  l’ospedale che ci è stato affidato perché potessimo renderlo operativo e potesse accogliere i pazienti adulti che affollavano il Saint Damien, abbiamo lavorato molto: Thomas Pellis, italianissimo anestesista in quei giorni al Saint Damien ci ha procurato anestesisti e materiale , Paolo Rebesan l’ortopedico ha tirato fuori l’ esperienza di tante missioni in Africa e con materiale americano ha trattato non so quante fratture di femore, e poi braccia, gambe, adulti, bambini, io e Franco Graziano  ferite ma anche drenaggi di empiemi, di ematomi, cistostomie, un cesareo in una giovane con bacino fratturato, ma poi innesti cutanei per evitare amputazioni, gessi, medicazioni e quant’altro.
Gianni Ricco ha organizzato il Reparto, ha impiegato 2 giorni ad occupare le sale di degenza: pazienti ed infermieri volevano stare all’ aperto per paura di nuove scosse, i più fortunati in qualche verde aiuola gli altri nella polvere dei cortili. Gianni è un gastroenterologo con passato da chirurgo, è il più “medico” fra noi ha dovuto fare anche un po’ di sala operatoria, ma ha fatto molto il direttore ed il medico perché lo scompenso cardiaco e tanto altro non risparmiano i terremotati; abbiamo collaborato con il personale haitiano del laboratorio e di altri servizi, con i nuovi amici Camilliani che hanno organizzato sistemi di trasporto per portare in ospedale feriti ed ammalati e con i pochi medici liberi da tragedie personali.

Nessuno di noi ha compiuto atti eroici, abbiamo dormito in letti e mangiato attorno ad un tavolo imbandito, ci è stato offerto sempre tutto ciò che era possibile ottenere, noi abbiamo sempre e solo chiesto di lavorare, perché si sa quando lavori l’ansia si distrae e ti lascia respirare meglio.

Giuseppe Riitano con Gianni Ricco della clinica Villa del Sole di Salerno, sono parte dell’attivissimo comitato sostenitore della Fondazione Francesca – Rava N.P.H. Italia Onlus a Salerno.

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